La Vanità
Mostra, Roma, 01 January 1970
Competenze: Studio Artistico
La Vanità

Conoscete la storia di Narciso, talmente innamorato di sè che guardando la sua immagine riflessa nell’acqua venne attirato in una trappola mortale e morì annegato nella sua stessa immagine.

E’ talmente affascinante questa storia, che Paulo Coelho nel suo “L’alchimista” aggiunge un aspetto che fa riflettere; dando la parola al lago, lo scrittore lo farà dichiarare profondamente dispiaciuto, non tanto per la morte di Narciso, ma perchè ogni volta che questo si specchiava nelle sue acque, il lago stesso poteva vedere riflessa la sua immagine negli occhi del giovane.

Ognuno di noi ha una sua vanità che rivendica il diritto di esistere, come se questo “peccato” fosse la prova del proprio essere.

La storia raccontata in questa mostra da Tania Bini coadiuvata dalle sapienti mani di Maria Vittoria Castaldello e dal fotografo Sergio Bigi, narra di una regina cattiva che la natura aveva privato delle gambe; non paga del proprio potere, vanitosa, alla ricerca della bellezza ruba le gambe a delle fanciulle inermi ed è tanta la sua vanità che giunge a possederne tre.

E’ la storia parafrasata del nostro tempo, della nostra vanità che arriva a farci ritenere giusto avere il superfluo, che ci appaga e ci affascina.

Questa è la moda, il superfluo che si trasforma in bellezza a conferma della nostra personalità.

Un sogno che si realizza e perpetua.

Non c’è nulla e nessuno che possa fermare questo istinto perchè è umano e quindi bello e naturale.

E’ l’istinto che sconvolge l’equilibrio dell’uomo e lo fa sentire come un essere unico, come l’amore che invade e pervade all’improvviso. Forse tra amore e vanità c’è un sottile filo che le unisce; entrambe colpiscono quando meno te lo aspetti, basta uno sguardo un sussurro un flebile soffio di vento.

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