Vita, morte e miracoli di Emanuele Gudester
A cura di Valentina Carrera
Galleria Zamenhof
14.03. - 01.04.2012
In mostra presso la Galleria Zamenhof, la mostra personale di Simone Boscolo (Milano, 1976) intitolata Vita, morte e miracoli di Emanuele Gudester ed incentrata su una selezione di opere tratte dal recente ciclo dedicato all'omonimo personaggio immaginario.
Assecondando quasi un istinto etnologico, l'artista trae dagli archivi di alcuni paesi della provincia del Nord il materiale fotografico da rielaborare. Prima a livello digitale. Poi manualmente grazie alla stampa su pellicola Codak satinata. Acqua, straccio e pennello, divengono gli strumenti di cui l'artista si serve per rastremare la superficie e produrre della materia risultante con la quale ricreare nuovi spessori segnici ed indistinte formazioni visive che vanno a sovrapporsi all'immagine. Ora ostacolandone la decifrazione, ora creando effetti di detournement. E proprio a questa volontà di straniamento vanno ad assommarsi le datazioni erronee e le cifre didascaliche in lingua antica o dialetto (friulano, provenzale, etc.): “il linguaggio è pura evocazione dimensionale, è frutto di un inconscio vomitato dall'aldilà, come tutto quello che è rimosso o sparito. Una lingua dei morti presente, una sorta di eutanasia in fieri del suono della parola”, argomenta l'artista.
Nascono così delle opere – fotografie che ripercorrono per tappe la vita del protagonista, immortalato in pose statiche d'altri tempi durante gli avvenimenti clou della sua esistenza, quei fatidici pseudo – eventi, come la prima comunione, i vent'anni, le nozze... la morte. A ben guardare nient'altro che il sunto degli emblemi cerimoniali più marcati e presenti nell'immaginario sociale dell'Italia che fu. Infatti la serie viene originariamente creata a partire proprio da object trouvé fotografici che ritraggono genericamente nuclei famigliari contadini, definiti dall'artista come 'universi organici a sé stanti'.
Con questi interventi Boscolo intende rendere manifesto un complesso lavoro di scavo storico – sociale completamente slegato dal nostalgismo postmoderno in cui l'uomo contemporaneo viene immerso attraverso operazioni mediatiche di rievocazione mirata (a scopo consumistico). Ad essere sviscerati sono gli 'assoluti dell'umano', la materia storica nella sua essenza totalizzante, capace di racchiudere il singolo ed al contempo tutto ciò che gli è esterno nel vortice del suo continuo e casuale divenire. Il filtro dimostrativo prescelto dall'artista è in questo caso proprio la realtà contadina che è “parte di quell'immaginario sociale italiano mai rimosso e metabolizzato. La struttura famigliare rappresenta un'illusione storica determinata, un immaginario di matrice apocalittica, insomma una micro apocalisse di un micro mondo”.
Ideazione artistica e formazione storica degli eventi dunque, accomunati dall'essere contemporaneamente presenti su più livelli dialogici. La distanza che separa l'artista dal passato vissuto di Emanuele è pura contrazione convenzionale: essi sono comunque compartecipi della medesima Storia. Importante è prenderne atto, voltarsi e spazzolare la storia contropelo (Benjamin), nel rifiuto di una concezione unidimensionale e monospaziale del tempo. Emanuele Gudester finisce con l'essere frutto di due immaginari, paradossalmente appellati al reale. Uno personale e l'altro collettivo. L'arbitrario e il fortuito, emblemi della significazione dell'arte e della storia secondo il giovane autore. In tal senso, secondo l'artista, l'arte è frutto di tre assiomi imprescindibili: la filosofia, la politica e la società. Tutte a loro volta figlie della storia, i cui sviluppi sono però frutto della casualità. Compito dell'artista sarebbe allora, quello di dover tenere in considerazione ed evidenziare la relazione concatenata tra questa e l'individuo.
Ne scaturisce una contaminazione non predefinita tra presenti diversi, metaforizzata nella stessa direzione dalle tecniche usate. Così l'uso della fotografia manipolata, satira di se stessa e di ciò che oggi è divenuta, rivela la sua funzionalità primaria all'interno di questa riflessione. Essa ci consente di “andare e di tornare dall'ieri all'oggi […] per gli accostamenti che autorizza. […] Un essere vivente la guarda(va) e coniuga(va) nel suo presente diverse circostanze temporali. In virtù del suo potere evocativo e della sua assenza di determinazione (almeno quando priva di didascalie) da libero campo alle sensazioni fluttuanti ed agli accostamenti indefiniti” (Sorlin).
Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.
Non sfiora forse anche noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi?
Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute?
... Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra.
Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi,
è stata consegnata una 'debole' forza messianica, a cui il passato ha diritto.
Walter Benjamin
(Sul concetto di storia)
Elisa Fava





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