taxo

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Byron
Lunghi anni (Ahi quanto ad affannata salma

Ed allo spirto di sublime alunno

Del canto è duro il tollerar!) lunghi anni

Di calunnie, d'oltraggi e di non vera

Demenza e pene e solitudin stretta,

E l'aspro verme che l'ingegno lima

Quando d'acre e di luce impazïente

Sete il petto divampa: e la ferrata

Grata abborrita, che del sole al raggio

Mentre con la trist'ombra il varco implica,

Per la grama pupilla con acuta

E grave pena al cèrebro penètra;

E nuda schiavitù, che dalle immote

Porte sogghigna, ove non altro passa

Che fioco lume ed insoave cibo,

Onde sì lungo è '1 tempo ch' i' mi pasco

Solo, che più l'amaro suo non m'ange.

Starmi così poss'io, quasi rapace,

Selvaggia belva a desco in questo speco

Fatto già mio covile, e forse tomba.

La carne è inferma; e lo sarà più ancora

Col mal crescente: ma soffrir pur deggio.

Poichè lottai coll'agonia, di speme

Uscir più omai non vo'. Di questa chiusa

Angusta chiostra a sormontar le mura,

Le piume alfin rinvenni. Il Santo Avello

Al servaggio sottrassi: eroi divini

Finsi, ed eteree cose; e in Palestina

Libero, a gloria della sacra guerra,

All'infiammato spirto il vol disciolsi

Per lui che Dio fu in terra ed ora è in cielo.

All'alma ed alle membra Ei lena infuse,

Onde vaglia il perdon quanto soffersi.

A rimembrar come all'odrisia rabbia

Tolto fu di Sïonne il sacro avanzo

E culto ottenne, il cor pentito io volsi.

II.
Ma la piacevol opra, che per anni

Tanti fu mio sostegno, a riva è giunta.

Se l'estrema tua pagina col pianto

Mi è forza cancellar, sappi che stilla

Trarne il dolor non può. Ma tu, fattura

Di fresca età, dell'alma mia tu figlia,

Che ognor con riso e gioco a me d'intorno,

M'innamoravi di tua dolce forma,

Tu ancor svanisti; e teco ogni diletto.

Qual per colpo novel già infranta canna

Son io così percosso: e in cor ne piango.

Sì tu pur mi lasciasti. Or che mi resta?

Altre vi han pene; e soffrirò: ma come?

Nol so: darammi, a sofferir bastante

L'innata forza dello spirto aita.

Saldo sinora io fui, perchè rimorsi

Non ebbi, nè cagion. Pover di senno

Mi appellaro: o perchè? Che allor delira

Er'io nel cor, quando a cotanta altezza.

Erger la troppo inegual fiamma ardìa:

Forsennata giammai non fu la mente.

Errai: ma dell'error più grave forse

La pena fu, che me per duol non spense.

Perchè bella tu fosti, ed io non cieco,

La colpa nacque, che mi tolse al mondo.

Ma non rileva. Incrudelisca e frema

Il punitor: che ognor tua cara imago

Puote il pensier moltiplicar. Vien manco

Fatto pago l'amor, non l'infelice,

Che fè mantien. D'ogni vicenda in preda

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