Trovare le parole

Trovare le parole

Installazione, Politico/Sociale, Materiali vari, 10x12x10cm
L’arte non può essere che pensiero, che si formalizza nello spazio e nel tempo, ma pensiero. Ciò che rende l’uomo diverso dalle altre creature, ciò che avvicina l’uomo all’uomo. Non avrei fatto l’artista se non fossi stata animata da questa convinzione, se non avessi creduto fermamente che la cultura non fosse solo una speculazione intellettuale. Ma la parola provocazione non appartiene al mio vocabolario, anche se credo fino in fondo alle potenzialità rivoluzionarie dell’arte, in tutti i tempi, in tutte le forme, dalla parola all’immagine visiva, a quella sonora (credo che la provocazione in arte non sia così efficace se non accompagnata da un senso di vuoto, mancanza: la vulnerabilità in Maurizio Cattelan, la paura della morte in Damien Hirst). Questo esordio per anticipare la presentazione del progetto, Troviamo le parole, che segue il naturale corso del mio lavoro, incentrato sull’analisi dell’identità che si costruisce nel rapporto con l’altro e con il mondo, e che tenta una comunicazione attraverso parole discrete, apparentemente leggere, anche se la leggerezza non è sempre leggera. Capita che la realtà possa essere più intensa nel momento in cui la si evoca rispetto a quando la si urla a squarciagola, ed è per questo motivo che da anni porto avanti un lavoro più metaforico che descrittivo, giocato anche sull’ambiguità dell’immagine: un modo per non dare risposte assolute, ma innescare delle riflessioni più emotive che d’impatto teatrale.
La casetta di Troviamo le parole è un oggetto di design in ceramica smaltata, da me acquistato, che elaboro in postproduzione trasformandola in uno spazio sonoro: l’aspetto familiare, rassicurante della casa, progettata per uso domestico, diventa il luogo che contiene ed emana le voci di abusi e soprusi che all’interno di un ambiente domestico ormai sempre più spesso si compiono, sia fisici che psicologici. Testimonianze tratte dalla vita di tutti i giorni che narrano di esperienze drammatiche di donne, bambini, adolescenti; non documenti di cronaca però, ma trasposizioni letterarie che da quei fatti traggono ispirazione e, credendo nella forza dell’arte della parola, da secoli smuovono le coscienze raccontando storie (per la scelta dei paragrafi sono partita da alcuni libri della mia vita appartenenti a periodi storici diversi, da Dostoevskij a Joyce Carol Oates, anche per sottolineare che questo problema non riguarda solo la contemporaneità, ma è sempre esistito).
La matrice letteraria è frequente nel mio lavoro; così anche in questo progetto lo spazio sonoro nasce da un collage di brani tratti da alcuni libri che raccontano di violenze universali nell’ambito domestico, non sempre riconosciute a livello sociale e politico; citazioni scritte che diventano voce, e che invitano lo spettatore all’ascolto di un sonoro che si diffonde nello spazio espositivo dal camino della casetta, un piccolo oggetto cosi come piccolo è un libro, che rischierebbe di scomparire alla visione se non fosse per le suggestioni delle parole che genera.

Tecnica
Installazione sonora:
- casetta in ceramica dimensioni 10 x 10 x 12 (HOME SWEET HOME, by Antonio Cos)
- impianto sonoro che diffonde una storia recitata realizzata da un collage di vari brani tratti da testi di narrativa; vedi il seguente
Joyce Carol Oates, Occhi di tempesta, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2005
Pag. 190 – 191 - 192

“Sì, penso di averli sentiti, a volte.

Mai davanti a noi. Per lo più in camera loro, con la porta chiusa.
Mio padre prende fuoco con facilità. Un tempo davo la colpa a mia madre, credevo che fosse lei a provocarlo, però sbagliavo, perché papà la maltrattava.

Sì, portava sciarpe, maniche lunghe per nascondere i segni. Ma io sapevo che c’erano.
Perché avevo paura, credo. Era più facile odiare lei.

Perché? Mamma non ne ha mai parlato.
Non lo ha mai criticato. Sapeva quanto lo amassimo, Samantha e io.
E’ mio padre, ed è Reid Pierson. Ecco perché.

Perché? Mamma aveva paura, suppongo. Paura che la maltrattasse ancora di più, che maltrattasse Samantha e me. E’ così che ha scritto nel diario, no?
Se avete letto il diario, allora sapete.
Penso di si, che sia andata proprio così.

No! Sto bene, non sto piangendo. Voglio andare avanti.

Sì, lo faceva. A volte. Per insegnarci la “disciplina”.
Non ricordo molto bene. E’ tutto vago, come un brutto sogno, o come qualcosa che hai visto alla televisione tanto tempo fa e hai mischiato con la vita reale.
Sculaccioni, quando ero piccola. Perché gli disubbidivo, penso.
A volte schiaffi, pugni, scrolloni. Mi prendeva per le spalle e mi scrollava come se avesse voluto rompermi l’osso del collo.
Oh, no! Credevo che fosse colpa mia, che me lo meritassi.
Lo credo ancora, suppongo.
E’ difficile cambiare quello che provi. Cambiare quello che pensi è molto più facile.

Perché? Perché papà ci amava. Ci ama.
Diceva che se non ci avesse voluto bene, non ci avrebbe punite.
Riesco a capirlo, davvero. Però è un modo di pensare malato, e sbagliato.”

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Commenti 3

Carlotta Ruggieri
4 anni fa
mi piace molto questo lavoro, delicato e forte al tempo stesso.
Giuliano  Lorandi
5 anni fa
Un'opera che stimola un'ulteriore ed approfondita riflessione sulla violenza domestica. Mi piace moltissimo.
Mauro Kronstadiano Fiore
5 anni fa
Interessantissimo..ciao, Mauro K.

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