THE BURIAL OF THE DEAD
Mostre, Milano, 22 marzo 2010
The Burial of the Dead

Collettiva con Barbara Crimella. Carlo Ferraris, Pietro Finelli, Suskran Moral
a cura di Giovanni Gardella


Questo tema così classico (e primitivo, al tempo stesso), trattandosi, alla lettera, del bisogno/dovere primario, già nelle prime civiltà del Neolitico, di onorare, ricordare i morti, come per il culto rispettoso ad essi dedicato a Micene (in parallelo alla civiltà megalitica dei Dolmen) e, quindi, “all’ombra de’ cipressi” nel vento greco, in forma di pura cenere, prima, o poi di nude spoglie da interrare, con il sigillo monumentale delle anfore funerarie, delle stele, dei sarcofagi, delle lapidarie epigrafi che, infine, i romani anche di Milano renderanno popolari (quel Gaio Attilio Giusto, “sutor caligarius” che vive nel marmo del Museo Archeologico di Corso Magenta), sembra essere nuova linfa o sale rigenerante, il sale della terra, per le diverse opere di quattro artisti internazionali (due italiani, un italiano a New York, un’istambuliota) che nel loro variegato avvicinarsi e coniugarsi attraversano e vogliono trasmetterci la comprensione emozionale, in una pluralità di sperimentazione tecnico-materiale e simbolico-spirituale sull’immagine, della relazione umana odierna con il morire, con la morte, prendendosene cura come parte cruciale dell’esistenza individuale e “globale”.
A partire dal riferimento di partenza (nell’anno 2010) a quella vera fonte della cultura novecentesca che è The waste land di T.S. Eliot (intitolata appunto, nella prima parte, The burial of the dead) e dalla provocazione letterale di ritrovare i fondamenti di quella pietas, di quel limite umano che, nello strazio abominevole dei corpi che comportano le guerre con armi più o meno “intelligenti” (nell’est, nel sud del mondo) o i bollettini quotidiani di guerra, in occidente, con i morti ammazzati delle molteplici mafie o le “stragi” dei cosìddetti incidenti stradali (oltre ai casi ossessionanti e ossessionati della cronaca nera), giorno dopo giorno paiono andare alla deriva, le 4 opere in mostra (un olio su tela, un’installazione bi-tridimensionale, 3 “photos” di fiction, un’installazione tridimensionale), accomunabili proprio, nella varietà ed evoluzione del modo-stile che accompagna il lavoro dei quattro artisti da circa un ventennio, dalla “questione morale” (nel suo radicamento e radicalizzarsi profondo di senso dell’ethos), intendono richiamare altri “strati” più o meno profondi di significazione. La polemica contro la violenza, lo sfruttamento umano, contro ogni forma di violenza che, come per un immensa mondiale pandemia, sembra diffondere il seme pernicioso dello “spirito di separatezza e di dominio” di cui scriveva il filosofo Dino Formaggio nel 1993, è uno dei leit-motiv, al variare dei diversi registri espressivi, di queste opere : il re è nudo, “dicono”, più o meno direttamente, tutte.
Ma ad un livello più sottile ed elaborato, corrispondente alle necessità più decisive e vitali, cioè portatrici di vita autentica, che ogni vera opera d’arte si fa carico su di sé, nella forza liberatrice che diventa, parafrasando il grande poema recente di Giancarlo Majorino, il suo “paradiso nervoso”, i 4 lavori qui in mostra mostrano un significato che potremmo chiamare nuovamente allegorico: nel loro vis-a-vis con la morte ci dicono anche dell’altro, ci vogliono portare a riflettere sullo stato di sepolti vivi in cui giacciono le vite dei molti uomini che subiscono continuamente o anche solo di rado quella mortificazione culturale occidentale che potremmo definire come l’altra faccia a ovest, politico-religiosa, dell’integralismo o del dispotismo orientale (nella globalizzazione sempre più avanzata, gli “imperi” o “regni” d’oriente e gli stati neoimperialisti d’occidente appaiono sempre più reciprocamente permeabili).
La varietà del medium tecnico-espressivo dei lavori che vengono qui presentati è sottesa a dichiarare intenzionalmente un primato estetico dell’immagine che, al di là delle correnti e conventicole per “partito preso”(alla lettera) dominanti, può consapevolmente o non accomunare strade apparentemente (nei mezzi) diverse di ricerca.
Prestito d’onore è l’olio su tela (m 2.55x1.65) di Pietro Finelli (2008) ispirato da una fotografia di Letizia Battaglia degli anni ’70 che immortalava la scena del crimine di un delitto di mafia. Secondo una modalità tipica del suo sperimentare, Finelli (che dagli anni Novanta accompagna la sua attività creativa ad una davvero unica indagine di curioso e magnanimo studio teorico-critico sulle fonti storiche e su quelle viventi del mondo artistico) lavora “di seconda” sul concetto di colui che guarda (al centro della Storia dell’Arte da Van Eyck a Warhol), riutilizzando la foto di un fatto reale come base, come dispositivo di partenza per una studiata composizione artistica: l’opera diventa una riflessione specialissima (con quella sua particolare riscoperta del valore di trascendenza del disegno, nell’ossimoro di modernità e tradizione) sull’immagine e il suo statuto; nel senso che i filosofi chiamano ontologico.
Incrociando e sintetizzando due vie fondamentali della propria originale ricerca, i disegni/ricami (per così dire, la matericità tecnica del ricamo richiamando una molteplicità di significati simbolici) e le sculture in silicone (veri e propri calchi di sé che, come una seconda pelle, sono davvero hospes comesque corporis, segnalando/esprimendo quasi per somatizzazione i dolori, le sofferenze del proprio particolare e universale essere donna), Barbara Crimella ha costruito, pensato ad hoc la sua opera/installazione. Vita e arte, arte e vita si accavallano nell’imago che prende forma rintracciando, con il supporto di un tessuto “cucinato”, di cuciture che sembrano tatuaggi oppure cicatrici, di bassorilievi in silicone e dei suoi disegni pieni di virtù, di nuova maestria (inglese skill), la figura scultorea vista e incontrata di Wildt ( alla Stazione Centrale di Milano) di una donna con la posa gravitante fra l’abbandono e l’essere imprigionato.
Nell’attività di Carlo Ferraris, newyorkese dagli anni Novanta, è possibile cogliere, sia nelle opere tridimensionali, sia nei video, sia nelle “photo”, la compresenza di un modo teso alla creazione di “congegni critici”(com’era un congegno La mariée di Duchamp), a volte tremendi, a volte gentili e calderianamente lievi, con un gusto personale per il paradosso, il contro-senso disvelatore e (nei video, nelle fotografie) il “noir” (che si carica però, come in origine, di humour, di quello che gli inglesi chiamano “wit”). L’invenzione, la disposizione e composizione di queste tre “photo” (il cui acronimo C.B. sta per cow-boy e i cui numeri non enumerano ma hanno un significato critico allo stato puro ossia diacritico), nel mettere in scena un vero e proprio meccanismo di straniamento (a partire dalla figura iperreale/surreale di un enigmatico “personaggio”) porta alla creazione di una vera e propria fiction, dalla réverie densa d’interrogazioni sul mondo.
La denuncia scandalosa e spesso provocatoriamente oltraggiosa (per un pubblico le cui convenzioni moralistiche risentano delle ossificazioni secolari delle culture di dominio, a qualsiasi longitudine appartengano) dei soprusi e delle violenze perpetrati ai danni delle donne, sia in polemica con il maschilismo del fondamentalismo islamico, sia contro il razzismo e la mortificazione della cultura occidentale, rappresenta il cuore dell’azione artistica dissacrante e demistificante di Sukran Moral, artista turca che vive e lavora fra Istambul e Roma. Il suo utilizzo di fotografia, video, installazioni tridimensionali e performance è teso a creare opere di spessore simbolico-concettuale in cui l’immagine diventa un vero shot (un proiettile, lei dice) che mira a squarciare il velo ipocrita di ogni dominio. Nella semplicità del candore etico che la contraddistingue, in Italia quasi inimmaginabile, l’opera Apocalypse, esposta a Roma nel 2004 e a Berlino nel 2009, ci pone davanti all’oltraggio assoluto e primo della guerra, con quei corpi irritualmente, irrispettosamente “insaccati” in una tela povera di cotone.

Spazio CLOSED
22 / 30 MARZO

Via Tortona 31, Milano 20144
Tutti i giorni 16.00 – 20.00

Vernissage 22 marzo 18.00 – 22.00

Contatti: tel. + 30.02 42296023 – tanya.doubleday-rudkin@closed.com
Informazioni generali: + 39 02 42250148/49 info@con-temporaryart.it - www.con-temporaryart.com

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