Mostre personali di Accio, Bicio e Jaschin
Mostre, Bologna, 29 febbraio 2020
La Galleria d’Arte Contemporanea Wikiarte, in Via San Felice 18 – Bologna, è lieta di informarvi che sabato 29 febbraio 2020 ore 18.00, si terrà l’apertura delle mostre personali di:

• Alfonso Caci (ACCIO)
• Stephanie Jaschin
• Fabrizio Cadoppi (BICIO)

L’abiogenesi della vita è sita nel perpetuo dinamismo della materia, lo stesso che nutre la creatività umana – quella estetica e sociale. Alfonso Caci (Accio) coglie il perpetuo fluire del mondo fenomenico e lo metaforizza attraverso l scorrere delle paste colorate e il flettersi di fibre plastiche morbide. Le opere respirano attraverso un sistema vascolare di vernici policrome che le rende autonome, tridimensionali e continue, instabili. La forte risonanza aptica delle superfici tradisce il loro stato di non finito, di una continua maturazione che ha luogo ogni qualvolta vi si approccia uno sguardo interessato. A esplorare, analizzare e completare l’accadere artistico contribuisce l’intenzionale parzialità del campo che permette a Accio di sollecitare- attraverso l’opera – la curiosità e interrogare l’intelligenza dello spettatore. Elementi mancanti, dettagli da ricomporre, strati da svelare sono organizzati in un meccanismo di lucchetti, cerniere, chiavistelli che paradossalmente danno un senso non di chiusura e distanza ma di coinvolgimento e scoperta. E ancora. La frequente presenza della doppia firma dell’autore invita a prospettive multiple, a numerosi punti di vista e ribaltamenti spaziali. Similmente, gli esili corpi delle sculture fibrose, annodate e plastiche, facilmente modellabili portano un senso di straniamento, sbilanciamento spazio-temporale dove hic et nunc sono passato e futuro, ma mai l’instabile ed effimero presente.

Il caduco presente, labile e trasparente interessa anche l’operato di Stephanie Jaschin. La tempera policromatica e libera presenta uno dei volti più evocativi del flow, ovvero quello stato della materia in cui tutto è armonico anche se non sempre equilibrato. L’artista evoca concetti densi come l’amore, la vita, la passione, la memoria e la sua assenza – l’amnesia – per fargli confluire e amalgamargli in uno stato reale- quello dell’esistenza umana dove le sensazioni e le cognizioni non sono mai separate ma ci invadono in un flusso unico. Gli stessi fermioni, le particelle costituenti la materia, hanno per natura uno spin interno continuo, trasformando ogni cosa che costituiscono in un continuo divenire. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, recita la Legge della conservazione della massa, confermando che lo spazio occupato da un oggetto è prevalentemente vuoto o, meglio, sempre temporaneamente occupato e trasversale. È questa l’energia cosmica della quale le opere di Jaschin si fanno definizione estetica, esternazione sensoriale, Teoria artistica del Caos. Le opere rispecchiano i sistemi dinamici dell’universo che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali e sono in grado di indurre un’empirica casualità nella materia. Casualità, non caos. Fluire e non vagare. Tutto ciò espresso nei piccoli Big Bang che contengono le tele trasparenti, quasi evanescenti di Stephanie Jaschin.

Il rapporto tra il valore più alto – il punto più luminoso- e il valore più basso – il punto più scuro – della luminosità nell’immagine è probabilmente il meccanismo più immediato di avvertenza della materia. Una forma priva di colore è spesso recepita come piatta. Un dettaglio carico di tonalità è spesso considerato come il più importante. In questa sua facoltà di enfatizzare la natura delle cose, e non di opposizione tra due estremi, il contrasto è colto e sfruttato in una cifra artistica espressiva da Fabrizio Cadoppi (BICIO). Il tratto veloce e descrittivo della matita attiva quel meccanismo di mirroring neurale che permette all’essere umano di interpretare il mondo fenomenico in una mimesi sempre diversa. Lo schizzo per-realistico, iperbolico, quasi fumettistico di Cadoppi coinvolge le forme in un ludorama monocromatico scosso dal ritmo di pochi elementi cromatici. E proprio in contrasto con l’iconotesto del comics- che vuole una sequenza di immagini più o meno coerenti tra loro- l’operato di Bicio si concentra sul one-image show, ovvero un’intera narrazione racchiusa in un unico frame. Ma è proprio quest’ultimo – la cornice delimitativa – a sdoppiarsi e frammentarsi nella costruzione di un iper-testo a più voci dove, paradossalmente, l’usuale associazione della monocromia con il silenzio e asetticità e rinegata da una polifonia di diversi livelli raffigurativi. Niente è più semplice e più complesso della semplificazione.

A cura di
Denitza Nedkova



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