SOLVE ET COAGULA [Davide Barabino e l’Arte dell’Archetipo]
Testi critici, Genoa, Genova, 27 agosto 2009
«Operando il Solve et Coagula si penetra nel mistero intimo della materia riappropriandosi della sua intima essenza » e Davide Barabino rende i corpi di luce una vox media: il tutto è veleno, il tutto è antidoto. Al tempo stesso. Nello spazio pieno/vuoto, nel chiaro/scuro dove domina: il colore primario. E l’archetipo e l’alchimia: il tutto, Uno e molteplice, estratto ab origine, ritratto del nuovo mezzo – a servizio dell’uomo antico. L’Arte di Barabino matura i migliori maestri senza seguire la via moderna [è distante e discostante dalla digital art di Bavari, Bosi, Disa, …]. L’eterno si esplica senza nostalgia: connubio catartico di sensi e scansioni. Il sempre è scanner: l’essere è sondato dal di dentro, oltre lo strumento. La causa si cura col sintomo. Festa e furia sinestetica: sono suoni che scrivono una personale epistemologia. La logica del titulus – che lega e si nega – raccoglie ritratti che sono carta. Dei diritti: l’appeso dei Tarocchi , il Tao taciuto in ogni «tu». E si lasci: agire l’atto che scintilla.



Un occhio osserva, gli altri sentono.
(Paul Klee)

La messa a fuoco di Davide Barbino celebra nuove nozze alchemiche: la prospettiva è fusa. È mista di elementi, amalgama resa di corpus e colore, media e moti. L’orbita dell’occhio – gemma: meatmandala . L’incontro [suggerito dall’assonanza meat/meet] con la carne è in proiezione: le immagini sgorgano dal centro e sono sangue che coagula, che cola, che crea: il colore collettivo. Impressioni dell’incontro: l’inconscio e l’immanente cremano spiriti e sensi per dicotomie cromatiche. La tempra condensa le migliori visioni di Blake, escludendo ogni distinta fisionomia: è impressa l’ombra del creato e dove manca la luce – lì – l’impronta del creatore.




Artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma
(Karl Kraus)


È il contenitore che configura il contenuto? E si opera per sezioni: the broken body è un grido giustapposto, l’anfibia autopsia di membra e mimica. Squarci di volti e sbrani di viscere: vortici e vertigini. Si vive da cadavere la combustione: e il fisico è un fatto freddo, e il fisico è fossa di fuoco. Il taglio della tela – è: taglio a sette. Piccole morti e mondi pieni: gli spazi non visti, l’umano troppo umano è reso nudo. Un pasto che si consuma. Raggi X per scavare dentro e oltre il ritratto di Dorian Gray: il risvolto interno del solido. Sia trittico, sia portrait, siamo tutti: senza titolo, senza nome. Siamo chiamati all’essere e al conoscere, prima di ribadire «chi è chi».





Ho visto cose bellissime, grazie alla diversa prospettiva suggerita dalla mia perenne insoddisfazione, e quel che mi consola ancora, è che non smetto di osservare.
(Edgard Degas)

La perfezione è rotonda. La sfera di cristallo si porta in palmo di pupilla: eyeprint è l’elogio dell’organo primo – la porta aperta alla prima visione [e alla seconda lettura l’occhio/eye evoca l’eco dell’Io/I che elabora e che pensa per immagini]. L’iride ha impronte digitali, la magia è maglia stretta della retina. Sono segni fluidi che fissano se stessi: fluxus di liquido lacrimale, la linfa verde dell’antivedere. Sono segnali nervosi e sono stimoli: la ricezione di impulsi per onde confuse e concluse nel circolo di colori – che riflettono. Lo specchio deformato/deformante: periplo di phos e psuchê.



Genio è chi crea concordanza tra il mondo in cui vive ed il mondo che vive in lui.
(Hugo Von Hoffmannsthal)

Il compito/compiuto è conciliare corpi estranei e corpi carismatici. L’aurea si anima a zone alterne: bodyvision è il complesso (body) riportato alla luce (vision) per prendere coscienza delle singole (i)stanze segrete (body-division). E cadono mentre muovono – tutti i veli: danza per toni e per tempre la materia di mercurio. Morbido metallo: incalza, installa. E innalza: l’intima lotta riprodotta nasce sulla scia di Michael Noll (Generated Paintings) e misura un solco più profondo nel soggetto. La tecnica regola l’indagine emotiva: cosa e come ci concreta per contrasti. Si plasma lo spazio: la parte liquida del sangue, lo schermo che radica chi vede. Il ventaglio vira e vibra: sintesi dei singoli sensi. Manifesti.



La vita dell'anima, affatto interiore, che nell'uomo odierno appare sonnecchiante, è l'origine e il fine delle opere che seguiranno.
(Vasilij Kandinskij)

È un suono bianco l’elemento primo che alimenta images (e ancora si porge in prima persona – contratta e celata: I’m). L’urgenza è puntare il «faro che strappa all’ombra un universo nascosto ». L’esigenza si esprime: «mehr licht! ». E la luce come l’acqua è a cascata e colora per (m)argini rotti: il cavaliere azzurro contamina, influenze e affluenti per impatti di immagini. E la luce come l’acqua è riflette: foglie e fauni sono le forme di una filosofia responsabile che risponde al contatto che chiama e chiede il suo spazio. L’iper – estetica è volontà in atto, è la cifra di uno stile legato al personale “double bind”: l’opera occulta per ostentare. La metacomunicazione si mostra: al di là.






«Non c'è tensione in un quadro» – Bacon scripsit – «se non c'è lotta con l'oggetto» e Barabino è soggetto della stessa trazione distorta. Della stessa attrazione: per le forze che de-formano le figure e danno nudo il vero volto, la piaga senza veli [e le ombre non esaltano la terza dimensione, ma risaltano l’ibrido ritratto]. Sia effetto fosfeni [il distacco della retina espone il fundus e il bulbo oculare esercita la sua pressione] siano still – sono segni permanenti: è l’ESTETICA DEL TATUAGGIO, è il profilo inciso sotto la pelle, è l’impronta indelebile dell’avvertito, dell’accaduto. I pixel plasmano i pigmenti per frattali e per ferite: Barabino disloca e scarnifica, dispone e satura ogni lato del prisma-persona, ogni ramo del cosmo-creato. Ogni due anni : e-saltando a piedi pari la Cabala contenuta [voluta?].

L’ Opera è studio [medico/metodico] e sintesi: il sistema digitale presenta la stessa matrice del sistema nervoso e gli impulsi elettrici sono gli strumenti per la messa in circolo/in moto/in atto di dati e di sensi, informazioni e impeti. Barabino estende e proietta, distende e potenzia LA FISICA: lo Spazio sotteso non è un reticolo fisso e ordinato e lo Spirito non cristallizza, vetrifica. La Natura [dell’anima, dell’uomo, del mondo] si dispone e si erige a Cattedrale: la luce (s)colpisce la materia liquida e si modella lungo un cammino curvo, lungo l’arco che è Bíos: la vita (si) condensa in tempi dinamici vasti. La tecnica aiuta l’analogia: il monitor è retroilluminato, lo schermo è simile alle vetrate policrome. E lo strumento rimane sacro: è il mezzo che conduce al tutto.

La lente – della logica, della grafica – amplifica il particolare e contrae l’universale: le proporzioni rispondono alla realtà percepita, alle dimensioni dettate dal Dàimon, alla misura della maieutica. Il contenuto-caos a decidere il contenitore-criterio e “L’ENTROPIA DEI SEGNALI” evolve [e si risolve] nel guscio solido per un sentire fluido: una teca trasparente è il tramite per veicolare l’energia senza dispersioni.

Barabino attinge a sorgenti singole [esaspera il decollage di Rotella, il pointillisme di Seurat, i radiogrammi di Röntgen, …] per produrre un particolare percorso semiotico: il privato/provato è presa di coscienza, è piena presa sul pubblico, è la pupilla la porta del pensiero. E si vede l’invisibile. E si evade da ogni codice/carcere. Ogni confine critico crolla: se si separa Barabino-Artista da Barabino-Filosofo da Barabino-Mistico da Barabino-Chirurgo da… Si sbaglia lettura. La molteplicità mediatica moltiplica il messaggio – e manifesta il vero punto di domanda, IL PUNTO DI ROTTURA: le stigmate di segni sono infinite? Chi [e come] chiude il cerchio? Una ad una le p-Arti filettano le trame.

[Chiara Daino]

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