FEDERICA GONNELLI - spettro
Mostre, Prato, 23 marzo 2013
Nell’opera d’arte come nella narrazione spesso si mescolano in modo così stretto, riferimenti al mondo reale e finzione che, dopo aver giaciuto insieme ed essersi confusi, chi guarda non sa più esattamente dove si trova e cosa sta osservando. Nelle opere di Federica Gonnelli si assiste a questa continua intrusione di personali elementi anatomici e privati nell’oggettiva verità della natura ma filtrati attraverso veli d’organza, che se attenuano l’impatto visivo ne amplificano quello emozionale, restituendo alla facoltà fantastica del fruitore quella capacità di cercare e completare l’immagine.
È dietro le quinte del quadro che si deve cercare quello che inizialmente sfugge, quello che necessita di tempo e fatica; in Voyage au bout de la nuit, Céline ricordando le parole di Claude Lorrain afferma: “i primi piani di un quadro fanno sempre schifo, e l'arte vuole che quel che interessa in un quadro venga collocato sullo sfondo, nell'inafferrabile, là dove si rifugia la menzogna, questo sogno colto sul fatto, unico amore degli uomini”. Ciò che resta al di là del velo resiste agli eventi deleteri della contingenza, che, in alcuni casi si manifesta in forme filtrate, riflesse e moltiplicate da cristalli come poliedriche metafore di infinite possibilità. Si direbbe che la verità affiora con sforzo svincolandosi da quello che potrebbe essere. Un’esperienza del possibile che ha “qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione”.
L’opera di Federica Gonnelli, riesce a creare una delicata syngheneia con la natura. Non c’è, qui, un pensiero estetico epicureo scevro d’ogni orpello stilistico e ornamento retorico, ma la volontà di catturare la bellezza e imprigionarla in moderni reliquiari che hanno il sapore di scrigni e magici carillon. Nel percorso espositivo le opere di Federica emergono dal buio in un continuo gioco di presenze e assenze. Come nella serie “Guest/Ghost” in cui è compito della luce artificiale animare l’opera e mostrare ciò che si nasconde dietro la superficie, o in “AP-PARATI/AP-PARENZE” dove s’accendono improvvisamente origami di carta dai quali prendono forma gigli bianchissimi, la cui purezza sacrale pare nascondere, nella dualità del rispecchiamento speculare, ancora un altro opposto e una nuova possibilità d’indagare se stessi e il mondo.

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