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30 dicembre 2012
AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE"Jenseits von Gut und Böse" L'essere----------------------
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sostenere certe opinioni, sviluppare certe dottrine? C'è da dubitarne,anche se nessuno in cuor suo vuole ammetterlo, perché allora sisentirebbe più insicuro, più inerme, e soprattutto soccombente. Perchése là c'è una dottrina, la si può combattere o accettarla; ma se nonc'è, donde viene e che cosa significa quel turbamento, quel disagio,quel sentirsi scandagliati e giudicati? Ciascuno certo reagiscesecondo il suo temperamento, e molti già si cavano dall'imbarazzosemplicemente buttando via il libro. Ma molti non possono farlo, operché l'attrazione supera la repulsione, o perché sono vincolati inqualche modo a dare il loro giudizio. E così si ingrossa il fiumedelle interpretazioni di Nietzsche. E se Nietzsche raccontassesoltanto se stesso, dietro il pretesto di paradossali scorribande delpensiero? Forse lui, quando discute di qualcosa, non mira a stabilireche cos'è questo oggetto, e neppure come va giudicato, ma vuolesemplicemente raccontare che cosa sente di fronte a questo oggetto.A lui interessa il modo di sentire - istintivamente, in base allanatura dell'individuo - rispetto alle cose del mondo e ai pensieridegli uomini. Per far questo ha bisogno di cambiare continuamente leprospettive, di far ruotare le cose osservate, in modo di stordire illettore, di metterne alla prova l'istinto, di obbligarlo alla menzognareticente, al rifiuto della provocazione. Il fascino di questo libro,forse, deriva dallo spettacolo di qualcuno che si mostra e fugge.Tutto, qui, si riduce a una dichiarazione di gusto, e il gusto, si sa,è la cosa più incomunicabile e meno confutabile. Nient'altro infattisignifica la domanda, con cui Nietzsche intrappola il lettore: «Checos'è aristocratico?». Il libro culmina in questa domanda finale,sapientemente preparata, suggerita da un caleidoscopio di discussioniall'apparenza rapsodiche. E per contro, che cos'è volgare? Il punto dipartenza, per rispondere a questa duplice domanda, è illusionistico.Qui, nell'"Al di là del bene e del male", la precisazione delle classiaristocratiche e delle virtù aristocratiche non è lo scopo principale,anche se Nietzsche lo pone in evidenza. Viene spiegato che cosa nelmondo della storia manifesta l'istinto aristocratico e quello volgare,per alludere alla natura degli istinti stessi. L'interiorità primitivacon cui un individuo sente il mondo che lo circonda, e reagisce inconseguenza, è ciò che interessa Nietzsche. La documentazionegrossolana, macroscopica di questi istinti, è la storia degli uomini.Ma il gusto aristocratico e quello volgare vanno poi rintracciatiall'origine, prima che intervenga la mediazione del collettivo. Ed èallora che Nietzsche racconta, velatamente, se stesso. L'istinto deldistacco, ecco, forse è questa la radice dell'aristocratico. Ildividersi, il contrapporsi a tutto quanto sta intorno, nel pensiero,nell'azione, il tenersi fuori, lontano, separato. Questo sembra il"pathos" sotterraneo che sta alla base di tutte le configurazioni delgusto aristocratico. «La profonda sofferenza rende nobili; essadivide». Il dolore è nel gusto di Nietzsche - ed è contro il gusto delmondo moderno. E il distaccarsi, nell'azione, porta al nascondersi difronte agli altri: così la separazione non sarà turbata. Di quil'insistenza, nell'"Al di là del bene e del male", sul tema dellamaschera. Esaminando l'agire degli aristocratici, si scopre che essoesprime prima di ogni altra cosa il loro istinto del distacco, e lomanifesta con una molteplicità di maschere, che vengono fraintese daivolgari come gli unici, come i veri volti. I libri, le opere, lefilosofie - se dietro c'è un aristocratico - sono soltanto maschere.Qui si cela il tranello teso da Nietzsche al lettore, ciò che nessunosi aspetterebbe da lui, e che anche in questo libro appare solofugacemente. - Voi andate a caccia delle mie opinioni, delle miedottrine; ma queste sono soltanto delle maschere! E quando parlo deglialtri, non datemi retta. - Leggiamo addirittura che è un gestoaristocratico «il lodare sempre solo quando non si è d'accordo». Maallora il biasimare può anche voler dire che si è d'accordo?Qui non interessano più parole, opinioni, pensieri. Indicare lapropria natura, conta solo questo. E neppure il bisogno di nobiltà
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interessa, lo dichiara lui stesso. Chi è aristocratico non sente ilbisogno di esserlo, chi ne sente il bisogno non lo è. Infine lasolitudine, il "pathos" caratteristico di Nietzsche, qui vienespiegata nella sua origine. La solitudine non è uno stato diabbandono, non è un risultato, non dipende dall'esterno, non èqualcosa che si patisce. La solitudine è istinto per la pulizia, comespontaneità, come qualcosa che nasce dalla natura. Dunque è in questoslancio - «sublime inclinazione e trasporto per la pulizia» - cheNietzsche esprime nel modo più fisiologico, epidermico, veramenteimmediato e anti-astratto, la sua risposta alla domanda «Che cos'èaristocratico?».Nella solitudine come istinto di pulizia si traduce più concretamente- di fronte alla collettività degli uomini - quell'impulso aldistacco, che è uno slancio radicale dell'anima aristocratica. «Ognicomunità rende in qualche modo, in qualche cosa, in qualche momento -'volgari'».Ma una vita aristocratica è sopportabile? Chi si distacca sfugge alcontatto, sfugge anche - attraverso la maschera - all'esser pensato,conosciuto, ma non è questo un abisso di annientamento? Chi sidistacca a quel modo, però, getta uno sguardo attorno a sé, spial'orizzonte, spera nella solitudine di scorgere un suo simile. Inquesta duplicità congiunta si svela compiutamente l'animaaristocratica; se così non fosse, che senso avrebbe, per il solitario,dichiarare il suo istinto, il suo gusto aristocratico, scrivere un "Aldi là del bene e del male"? Questa rimane la grande speranza, maispenta, l'attesa degli amici, e il libro si chiude con tale allusione,nel tragico, straziante epodo.Prima ancora lo struggimento si era elevato all'allucinazione. Poichéi nobili non appaiono, gli amici, ecco che Nietzsche evoca il suo diocome compagno, amico, conoscitore. E' un nuovo Dioniso quello che cosìci appare di fronte, il dio che contrasta l'impulso al distacco di cuisi parlava, pur essendo distaccato, il dio adescatore, tentatore. Perquesto Nietzsche lo chiama ambiguo: soltanto qui è la risposta totale- in questa ambiguità - alla domanda «Che cos'è aristocratico?». Taleè ora il "pathos" dionisiaco: il venir risucchiati fuori di noi, sopradi noi, venir sedotti, proprio mentre ci si distacca da tutto. EDioniso non è più la «volontà di vivere», e neppure la volontà dipotenza, bensì «il genio del cuore», dove sta «la delicatezzanell'afferrare», la sapienza insomma.GIORGIO COLLI.AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE.Preludio di una filosofia dell'avvenire.PREFAZIONE.
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Posto che la verità sia una donna -, e perché no? non è forse fondatoil sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici,s'intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziatainvadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi allaverità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsiappunto i favori di una donna? - certo è che essa non si è lasciatasedurre e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudinemesta e scoraggiata. "Ammesso" che essa in generale se ne stia ancorain piedi! Giacché ci sono degli schernitori, i quali affermano cheessa sarebbe caduta, che ogni dogmatica sarebbe stesa al suolo, e piùancora, che ogni dogmatica starebbe per rendere l'ultimo respiro.Seriamente parlando, ci sono buone ragioni per sperare che infilosofia ogni dogmatizzare, per quanto si sia atteggiato in manierapomposa, definitivamente e universalmente valida, possa essere statosoltanto una nobile bambocciata e una cosa da principianti; e che èforse assai prossimo il tempo in cui si comprenderà sempre più "checosa" propriamente è stato sufficiente per fornire le fondamenta atali sublimi e assolute costruzioni dei filosofi, quali i dogmaticifino a oggi hanno edificato, - una qualche superstizione popolare dietà immemorabile (come la superstizione dell'anima che, qualesuperstizione del soggetto e dell'io, ancor oggi non ha cessato dicreare disordini), forse un qualche giuoco di parole, una seduzione daparte della grammatica o una temeraria generalizzazione di dati difatto molto angusti, molto personali, molto umani, troppo umani. Lafilosofia dei dogmatici è stata, vogliamo sperarlo, soltanto unapromessa per i secoli avvenire: come in epoca ancor più lontana ful'astrologia, al servizio della quale è stato forse sperperato piùlavoro, danaro, sagacia, pazienza di quanto non sia stato fatto fino aoggi per qualsiasi vera scienza - si deve alle sue pretese«ultraterrene» lo stile grandioso dell'architettura in Asia e inEgitto. Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter inscriversi nelcuore dell'umanità con le loro eterne esigenze, debbano primatrascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: unatale caricatura è stata la filosofia dogmatica, per esempio ladottrina dei Vedanta in Asia, il platonismo in Europa. Non si deveessere irriconoscenti verso di essa, per quanto si debba senz'altroconfessare che il peggiore e il più ostinato e pericoloso di tutti glierrori sia stato, fino a oggi, un errore da dogmatici, vale a direl'invenzione platonica del puro spirito e del bene in sé. Ma ora cheesso è superato, ora che l'Europa, liberata da questo incubo, riprendefiato e per lo meno può godere un sonno più sano, siamo noi, "il cuicompito è precisamente quello di vegliare", gli eredi di tutta quellaforza che è stata allevata e ingrandita dalla lotta contro questoerrore. Significherebbe davvero capovolgere la verità e negare il"carattere prospettico", la condizione fondamentale di ogni vita, sesi parlasse dello spirito e del bene, come ha fatto Platone; anzi,come medici, si potrebbe formulare questa domanda: «Donde è venuta unatale malattia in Platone, il figlio più bello dell'antichità? Lo hadunque corrotto il maligno Socrate? Socrate sarebbe stato veramente ilcorruttore della gioventù? e avrebbe meritato la sua cicuta?». - Ma lalotta contro Platone o, per esprimerci in modo più accessibile eadatto al «popolo», la lotta contro la secolare oppressione cristiano-ecclesiastica - giacché il cristianesimo è un platonismo per il«popolo» - ha creato in Europa una splendida tensione dello spiritocome ancora non si era avuta sulla terra: con un arco teso a tal puntosi può ormai prendere a bersaglio le mete più lontane. Indubbiamente,l'uomo europeo avverte questa tensione come una condizione penosa: egià due volte è stato fatto il tentativo in grande stile di allentarel'arco, la prima col gesuitismo, la seconda con l'illuminismodemocratico - come quello che, grazie all'aiuto della libertà distampa e della lettura dei giornali, poteva arrivare realmente a farin modo che lo spirito non sentisse più così facilmente se stesso come
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«pena»! (I Tedeschi hanno inventato la polvere - bravissimi! ma hannoanche, per altro verso, pareggiato il conto - inventarono la stampa).Noi però, che non siamo né gesuiti, né democratici, e neppureabbastanza tedeschi, noi "buoni Europei" e spiriti liberi, "assai"liberi - noi la sentiamo ancora, tutta la pena dello spirito e latensione del suo arco! E forse anche la freccia, il compito, e chissà?la "meta"... (1).Sils-Maria, Alta Engadina, giugno 1885CAPITOLO PRIMO.DEI PREGIUDIZI DEI FILOSOFI.1. La volontà di verità che ci sedurrà ancora a molti rischi, quelfamoso spirito di verità di cui tutti i filosofi fino ad oggi hannoparlato con venerazione: questa volontà di verità, quali mai domandeci ha già proposto! Quali malvagie, bizzarre, problematiche domande!E' già una lunga storia - eppure non si direbbe, forse, che essa siaappena ora cominciata? Quale meraviglia se una buona volta,finalmente, diventiamo diffidenti, perdiamo la pazienza, e conimpazienza ci rivoltiamo? Che si debba anche da parte nostra imparareda questa sfinge a interrogare? "Chi" è propriamente che ora ci ponedomande? "Che cosa" in noi tende propriamente alla «verità»? - Inrealtà, abbiamo sostato a lungo dinanzi al problema della causa diquesto volere - finché abbiamo finito per arrestarci completamentedinanzi a un problema ancor più profondo. Ci siamo posti la questionedel "valore" di questa volontà. Posto pure che noi vogliamo la verità:"perché non, piuttosto", la non verità? E l'incertezza? E perfinol'ignoranza? - Il problema del valore della verità ci si è fattoinnanzi - oppure siamo stati noi a farci innanzi a questo problema?Chi di noi è in questo caso Edipo? Chi la Sfinge? Pare che si sianodati convegno interrogazioni e punti interrogativi. - E si potrebbemai credere all'impressione, nata, in definitiva, in noi, che ilproblema non sia stato finora mai posto - che siamo stati noi perprimi ad averlo intravisto, preso di mira, "osato"? Giacché essocomporta un rischio e forse non esiste rischio più grande.2. «Come "potrebbe" qualcosa nascere dal suo contrario? Per esempio laverità dall'errore? O la volontà di verità dalla volontà d'illusione?O l'azione disinteressata dal proprio tornaconto? O la pura solarecontemplazione dei saggi dalla concupiscenza? Una tale origine èimpossibile; chi sogna una cosa del genere è un folle, anzi qualcosadi peggio; le cose di valore supremo devono avere un'origine diversa,un'origine "loro propria" - non possono essere derivate da questomondo effimero, seduttore, ingannatore, irrilevante, da questoguazzabuglio di delirio e bramosia! Piuttosto la loro origine deveessere in seno all'essere, nel non transeunte, nel nascosto Iddio,nella 'cosa in sé' - "là" e in nessun altro luogo!». - Questa manieradi giudicare costituisce il tipico pregiudizio, da cui si rendonoriconoscibili i metafisici di tutti i tempi; questa specie diapprezzamenti di valore sta sullo sfondo di tutti i loro procedimentilogici; prendendo questa loro «fede» come punto di partenza, essi sisforzano di raggiungere il loro «sapere», qualcosa che alla fine viene
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battezzato come «la verità». La credenza fondamentale dei metafisici è"la credenza nelle antitesi dei valori". Neppure ai più cauti di loroè mai venuto in mente di dubitare già su questa soglia, dove ildubitare era quanto mai necessario; perfino quando del «de omnibusdubitandum» avevano tessuto la loro lode. E' infatti lecito dubitare,in primo luogo, se esistano in generale antitesi, e in secondo luogo,se quei popolari apprezzamenti e antitesi di valori, sui quali imetafisici hanno stampato il loro suggello, non siano forse cheapprezzamenti pregiudiziali, prospettive provvisorie, ricavate, per dipiù, forse da un angolo, forse dal basso in alto, prospettive-di-batrace per così dire, per prendere in prestito un'espressione chericorre frequentemente nei pittori? Nonostante il valore che puòessere attribuito al vero, al verace, al disinteressato, c'è lapossibilità che debba ascriversi all'apparenza, alla volontàd'illusione, all'interesse personale e alla cupidità un valoresuperiore e più fondamentale per ogni vita. Sarebbe inoltre persinopossibile che "quanto" costituisce il valore di quelle buone evenerate cose consista proprio nel fatto che esse sono capziosamenteimparentate, annodate, agganciate a quelle cattive, apparentementeantitetiche, e forse anzi sono a queste essenzialmente simili. Forse!- Ma chi mai vorrà preoccuparsi di siffatti pericolosi «forse»! Perquesto occorre aspettare l'arrivo di un nuovo genere di filosofi, taliche abbiano gusti e inclinazioni diverse ed opposte rispetto a quellefino ad oggi esistite - filosofi del pericoloso «forse» in ogni senso.- E per dirla con tutta serietà: io vedo che si stanno avvicinandoquesti nuovi filosofi.3. Dopo avere, abbastanza a lungo, letto i filosofi tra le righe eriveduto loro le bucce, mi sono detto: occorre ancora considerare lamaggior parte del pensiero cosciente tra le attività dell'istinto, eanche laddove si tratta del pensiero filosofico; occorre, a questopunto, trasformare il proprio modo di vedere, come si è fatto perquanto riguarda l'ereditarietà e l'«innatismo». Come l'atto dellanascita non può essere preso in considerazione nel processo e nelprogresso dell'ereditarietà, così l'«esser cosciente» non può essere"contrapposto", in una qualche maniera decisiva, all'istintivo, - ilpensiero cosciente di un filosofo è per lo più segretamente direttodai suoi istinti e costretto in determinati binari. Anche dietro ognilogica e la sua apparente sovranità di movimento stanno apprezzamentidi valore, o per esprimermi più chiaramente, esigenze fisiologiche diuna determinata specie di vita. Per esempio, che il determinato abbiapiù valore dell'indeterminato, che l'apparenza sia meno valida della«verità»: simili apprezzamenti, con tutta la loro importanzaregolativa per "noi", potrebbero, pur tuttavia, essere soltantoapprezzamenti pregiudiziali, una determinata specie di "niaiserie",come può essere appunto necessaria per la conservazione di esseriquali noi siamo. Supposto, cioè, che non sia proprio l'uomo la «misuradelle cose»...4. La falsità di un giudizio non è ancora, per noi, un'obiezionecontro di esso; è qui che il nostro linguaggio ha forse un suonoquanto mai inusitato. La questione è fino a che punto questo giudiziopromuova e conservi la vita, conservi la specie e forse addiritturaconcorra al suo sviluppo; e noi siamo fondamentalmente propensi adaffermare che i giudizi più falsi (ai quali appartengono i giudizisintetici "a priori") sono per noi i più indispensabili, e che senzamantenere in vigore le finzioni logiche, senza una misurazione dellarealtà alla stregua del mondo, puramente inventato, dell'assoluto,dell'eguale-a-se-stesso, senza una costante falsificazione del mondomediante il numero, l'uomo non potrebbe vivere - che rinunciare aigiudizi falsi sarebbe un rinunciare alla vita, una negazione dellavita. Ammettere la non verità come condizione della vita: ciòindubbiamente significa metterci pericolosamente in contrasto con i
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consueti sentimenti di valore: e una filosofia che osa questo si pone,già soltanto per ciò, al di là del bene e del male.5. Quel che ci stimola a guardare, con aria tra diffidente esarcastica, tutti i filosofi, non consiste nel fatto che si scoprecontinuamente quanto essi siano ingenui - quanto spesso e con quantafacilità si ingannino e si smarriscano, insomma nella loro puerilità enel loro candore - bensì nel fatto che non c'è in loro sufficienteonestà: pur levando, tutti quanti sono, un grande e virtuoso strepito,non appena, anche soltanto da lontano, viene sfiorato il problemadella veracità. Fanno tutti le viste d'aver scoperto e raggiunto leloro proprie opinioni attraverso l'autonomo sviluppo di una dialetticafredda, pura, divinamente imperturbabile (per differenziarsi daimistici di ogni grado, che sono più onesti di loro e più babbei -giacché parlano d'«ispirazione»): mentre invece, in fondo, una tesipregiudizialmente adottata, un'idea improvvisa, una «suggestione», perlo più un desiderio interiore reso astratto e filtrato al setacciovengono sostenuti da costoro con ragioni posteriormente cercate - sonotutti quanti degli avvocati che non vogliono farsi chiamare tali e inrealtà, il più delle volte, persino scaltriti patrocinatori dei lorostessi pregiudizi, cui dànno il battesimo di «verità» - e assailontani, altresì, dal coraggio morale della coscienza che confessa ase stessa questo, proprio questo, assai lontani dal buon gusto delcoraggio, che sa far intendere anche ciò, sia per mettere in guardiaun nemico o un amico, sia per tracotanza e per prendersi beffa di sestesso. La tartuferia altrettanto rigida quanto morigerata del vecchioKant, con la quale egli ci adesca sulle vie traverse della dialettica,che ci conducono o più esattamente ci seducono al suo «imperativocategorico» - questo spettacolo ci fa sorridere, noi di gusto cosìsottile, noi per i quali è un non piccolo diletto rivedere le buccealle raffinate malizie di vecchi moralisti e predicatori di morale.Oppure quel giuoco di prestigio in forma matematica con cui Spinozafasciava come d'una bronzea corazza e mascherava la sua filosofia - indefinitiva, «l'amore per la "propria" saggezza», interpretando questeparole nel loro esatto e ragionevole significato, - allo scopo diintimidire fin da principio il coraggio dell'attaccante che osassegettare lo sguardo su questa invincibile vergine, questa Pallade Atena- quanta timidezza e vulnerabilità tradisce questa mascherata di uninfermo solitario!6. (2) Mi si è chiarito poco per volta che cosa è stata fino ad oggiogni grande filosofia: l'autoconfessione, cioè, del suo autore, nonchéuna specie di non volute e inavvertite "mémoires"; come pure il fattoche le intenzioni morali (o immorali) hanno costituito in ognifilosofia il vero e proprio nocciolo vitale, da cui si è sviluppataogni volta l'intera pianta. In realtà si agisce bene (e saggiamente)se, per dare una spiegazione a ciò, si comincia col domandarci semprein che modo le più lontane asserzioni metafisiche di un filosofo sisiano determinate: quale morale tutto questo abbia di mira ("lui"stesso abbia di mira). Conseguentemente io non credo che un «istintodi conoscenza» sia il padre della filosofia, ma che piuttosto un altroistinto, in questo come in altri casi, si sia servito della conoscenza(e della errata conoscenza) soltanto a guisa di uno strumento. Ma chiconsidera i fondamentali istinti umani, per vedere fino a che puntoproprio essi possano qui essere entrati in giuoco come geni"ispiratori" (oppure demoni e coboldi), si accorgerà che certamenteuna volta essi hanno tutti praticato la filosofia - e che ognuno diquesti, nella sua singolarità, sarebbe disposto anche troppovolentieri a presentare precisamente "se stesso" come l'ultimo finedell'esistenza e come il più legittimo "signore" di tutti gli altriistinti. Ogni istinto infatti è bramoso di dominio: e come "tale"cerca di filosofare. - Indubbiamente, nei dotti, negli uomini discienza in senso specifico, la cosa può porsi in altri termini -
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«migliori», se si vuole -, effettivamente può darsi qualcosa come unistinto di conoscenza, un qualche piccolo meccanismo d'orologeria che,caricato a dovere, svolge alacremente il suo bravo lavoro "senza" chetutti quanti gli altri istinti del dotto ne siano sostanzialmentecoinvolti. Per questa ragione i particolari «interessi» del dotto sicollocano, di solito, in tutt'altra sfera, semmai nella famiglia o nelguadagno o nella politica; è anzi quasi indifferente che il suopiccolo congegno venga applicato a questo o a quell'altro settoredella scienza e che il giovane lavoratore, «pieno di speranze», facciadi sé un buon filologo o un esperto di funghi o un chimico - non lo"caratterizza" il fatto che egli diventi questo o quello. Viceversa,non c'è nel filosofo un bel nulla d'impersonale; e particolarmente lasua morale offre una risoluta e decisiva testimonianza di "quel cheegli è" - vale a dire in quale disposizione gerarchica i più intimiistinti della natura siano posti gli uni rispetto agli altri.7. Quanto sanno essere maligni i filosofi? Non conosco nulla di piùvelenoso dello scherzo che si permise Epicuro ai danni di Platone edei Platonici: li chiamò Dionysiokolakes. Questa parola, secondo ilsuo contesto letterale e il suo senso preminente, significa «adulatoridi Dionisio», dunque satelliti di tiranni e loro bassi piaggiatori: masoprattutto vuol anche dire: «sono tutti "commedianti", non v'è nientedi autentico» (Dionysoskolax era una designazione popolare delcommediante). E in quest'ultimo significato sta propriamente lafrecciata che Epicuro (3) aveva scoccato contro Platone: loindispettiva lo stile grandioso, la messinscena nella quale Platone,con i suoi discepoli, mostrava tanta abilità - ed Epicuro invece,nessuna! Lui, il vecchio maestro di scuola di Samo, che se ne rimasenascosto nel suo giardinetto di Atene e scrisse trecento libri,chissà? era forse spinto contro Platone dal furore e dall'ambizione?Furono necessari cento anni perché la Grecia arrivasse a scoprire chiera stato questo dio degli orti, Epicuro. - Ma arrivò mai a scoprirlo?8. C'è un punto, in ogni filosofia, in cui la «convinzione» delfilosofo entra in scena: ovvero, per dirla con le parole di un anticomistero:"adventavit asinuspulcher et fortissimus" (4).9. Volete voi vivere «secondo natura»? O nobili Stoici, qualeimpostura di parole! Immaginatevi un essere come la natura,dissipatrice senza misura, indifferente senza misura, senza propositie riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e squallida e al tempostesso insicura, immaginatevi l'indifferenza stessa come potenza -come "potreste" vivere voi conformemente a questa indifferenza? Vivere- non è precisamente un voler essere diversi da quel che è la natura?Vivere non è forse valutare, preferire, essere ingiusti, esserelimitati, voler essere differenti? E posto che il vostro imperativo«vivere secondo natura» significhi, in fondo, lo stesso che «viveresecondo la vita», - come potreste voi "non" vivere così? Perché fareun principio di ciò che voi stessi siete e dovete essere? - In veritàla cosa si pone in termini assai diversi: mentre voi in attitudine dirapimento asserite di leggere nella natura il canone della vostralegge, volete qualcosa di opposto, voi curiosi commedianti eingannatori di voi medesimi! Il vostro orgoglio vuole prescrivere eincarnare nella natura, perfino nella natura, la vostra morale, ilvostro ideale, voi pretendete che essa sia natura «conforme alla Stoa»e vorreste far esistere ogni esistenza alla stregua della vostrapropria immagine - come una mostruosa, eterna glorificazione euniversalizzazione dello stoicismo! Con tutto il vostro amore per laverità, vi costringete così a lungo, con tale ostinazione, con taleipnotica fissità di sguardo, a vedere "falsamente", vale a dire
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stoicamente la natura, al punto che non siete più capaci di vederla inuna maniera diversa - e non so quale abissale superbia finisce perinfondervi pure la speranza da insensati che anche la natura, "per ilfatto che" sapete tiranneggiare voi stessi - stoicismo è tirannidesopra se stessi - si lasci tiranneggiare: non è infatti lo stoico un"frammento"della natura?... Ma questa è una vecchia eterna storia: ciòche è accaduto una volta agli Stoici, accade ancor oggi, non appenauna filosofia comincia a credere in se medesima. Essa crea sempre ilmondo a sua immagine, non può fare altrimenti; la filosofia è questostesso istinto tirannico, la più spirituale volontà di potenza, di«creazione del mondo», di una "causa prima".10. Il fervore e la sottigliezza, potrei perfino dire: l'astuzia, concui oggi ovunque in Europa ci si avventa sul problema del «mondo realee di quello apparente», dà a pensare e fa tendere l'orecchio; e chinon percepisce qui, nello sfondo, se non una «volontà di verità» enull'altro, non può certamente rallegrarsi di un acutissimo udito. Insingoli e rari casi può realmente essere interessata una tale volontàdi verità, un qualche smisurato e avventuroso coraggio, un'ambizioneda metafisici di una sentinella perduta, che preferisce pur sempre unpugno di «certezza» a un'intera carrozza carica di belle possibilità;possono esserci perfino puritani fanatici della coscienza, chepreferiscono agonizzare su un sicuro nulla piuttosto che su un incertoqualche cosa. Ma questo è nichilismo e indice di un'anima disperante,mortalmente esausta: per quanto gli atteggiamenti di una tale virtùpossano apparire prodi. Ma nei pensatori più vigorosi, più colmi divita, ancora assetati di vita, non pare che le cose stiano in questomodo: mentre prendono posizione "contro" l'illusione e già consuperbia pronunciano la parola «prospettico», mentre stimanol'attendibilità del loro proprio corpo pressappoco tanto scarsa quantol'attendibilità dell'apparenza immediata che dice «la terra non simuove», e con fittizio buonumore si lasciano quindi sfuggire dallemani il più sicuro dei possessi (quale cosa, infatti, è oggi ritenutapiù sicura del proprio corpo?) - chissà se non vogliono in fondoriconquistare qualcosa che in altri tempi è stato posseduto con una"certezza" ancor più grande, qualcosa del vecchio latifondoappartenente alla fede d'allora, forse «l'anima immortale», forse «ilvecchio dio», insomma idee sulla base delle quali, contrariamente alle«idee moderne», si poteva vivere in maniera migliore, cioè piùvigorosa e serena. C'è qui "diffidenza" contro queste idee moderne,incredulità verso tutto ciò che ieri ed oggi è stato edificato; c'èforse, commisto ad esse, un lieve disgusto e sarcasmo cui riesce ormaiintollerabile il "bric-à-brac" di concetti della più diversa origine,quali sono quelli che oggigiorno il cosiddetto positivismo porta sulmercato, la nausea del gusto più smaliziato dinanzi alla policromia dafiera e all'aspetto cencioso di tutti questi filosofastri della realtà(5), in cui non c'è niente di nuovo e di genuino, ad eccezione dicodesta varietà di colori. In ciò mi pare che si dovrebbe dar ragionea questi odierni scettici oppositori della realtà e microscopistidella conoscenza (6): il loro istinto, che li spinge lontano dallarealtà "moderna", è irrefutabile, - che importanza hanno per noi leloro vie tortuose e retrograde! L'essenziale in loro "non" è il fattoche vogliano tornarsene «indietro», bensì che vogliano andarsene"via". Un po' più di forza, di slancio, di coraggio, di vocazioneartistica: ed essi mirerebbero "oltre" - e non indietro! -11. Mi pare che ovunque oggi ci si sforzi di distogliere lo sguardodal caratteristico influsso che Kant ha esercitato sulla filosofiatedesca, e in particolare di scivolar via saggiamente riguardo alvalore che egli attribuì a se stesso. Kant andava soprattutto e inprimo luogo orgoglioso della sua tavola delle categorie; con questatavola tra le mani diceva: «E' questa la cosa più difficile che potémai essere intrapresa a vantaggio della metafisica». Si intenda bene
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questo «poté essere»! Egli si sentiva fiero di aver "scoperto"nell'uomo una nuova facoltà, la facoltà dei giudizi sintetici "apriori". Anche ammesso che in questo si sia ingannato, lo sviluppo ela rapida fioritura della filosofia tedesca dipendono daquest'orgoglio e dall'emulazione di tutti i giovani nello scoprirepossibilmente qualcosa di ancor più superbo - e in ogni caso «nuovefacoltà»! - Ma riflettiamo: è l'ora. Come sono "possibili" giudizisintetici "a priori"? - si chiedeva Kant, - e che cosa risposepropriamente? "Grazie a una facoltà": purtroppo non con queste treparole, ma con dovizia di dettagli, in atteggiamento venerando e conuna tale ostentazione di profondità germanica e di arzigogolicerebrali, che non si badò alla esilarante "niaiserie allemande"nascosta in codesta risposta. Si stava addirittura perdendo la testaper questa nuova facoltà, e il giubilo giunse al culmine, quando Kantscoprì in aggiunta anche una facoltà morale nell'uomo - poiché allorai Tedeschi erano ancora morali, e per niente affatto «realisti inpolitica». - Venne la luna di miele per la filosofia tedesca; tutti igiovani teologi del pio istituto di Tubinga si misero tosto in caccia- tutti cercarono delle «facoltà». E che cosa non si riuscì a trovare- in quell'età innocente, ricca, ancor giovane, dello spirito tedesco,in cui aleggiava e cantava una fata maliziosa, il Romanticismo, inquel tempo in cui non si sapeva ancora tener distinti «trovare» da«inventare»! - Soprattutto una facoltà per il «sovrannaturale»:Schelling la battezzò intuizione intellettuale, venendo così incontroai più sviscerati appetiti dei suoi Tedeschi, in fondo pieni difregola devozionale. A tutto questo movimento tracotante edentusiasta, che era giovinezza, per quanto si fosse arditamentetravestito di concetti canuti e senescenti, non si può fare un tortomaggiore che prenderlo sul serio e trattarlo addirittura, a un certopunto, con moralistica indignazione; basta così, si divenne più vecchi- il sogno se ne volò via. Venne un tempo in cui ci si stropicciò lafronte: e ce la stropicciamo ancor oggi. Avevamo sognato: avanti atutti e per primo - il vecchio Kant. Ma è poi questa - una risposta?Una spiegazione? O non piuttosto soltanto una ripetizione delladomanda? Com'è che l'oppio fa dormire? «Grazie a una facoltà», cioè la"virtus dormitiva" - risponde quel medico in Molière:"quia est in eo virtus dormitiva,cujus est natura sensus assoupire".Ma risposte di tal genere appartengono alla commedia, ed è tempo,infine, di sostituire la domanda kantiana, «come sono possibiligiudizi sintetici "a priori"?», con un'altra domanda: «Perché è"necessaria" la fede in siffatti giudizi?» - cioè è tempo di renderciconto che tali giudizi devono essere "creduti" come veri al fine dellaconservazione di esseri della nostra specie; ragion per cui,naturalmente, potrebbero anche essere giudizi "falsi"! Ovvero, perparlare più chiaro, rudemente e radicalmente: giudizi sintetici "apriori" non dovrebbero affatto «essere possibili»: non abbiamo alcundiritto a essi, nella nostra bocca sono giudizi falsi e nulla più.Salvo il fatto che è indubbiamente necessaria la credenza nella loroverità, in quanto credenza pregiudiziale e immediata evidenza cherientra nell'ottica prospettica della vita. - Se si tiene, infine,presente anche l'enorme influenza che «la filosofia tedesca» - sperosi comprenderà il suo diritto ad essere messa tra virgolette - haesercitato sull'intera Europa, non si dubiterà che ne abbia fattoparte una certa "virtus dormitiva": si era estasiati di possedere,grazie alla filosofia tedesca, in mezzo a nobili parassiti, virtuosi,mistici, artisti, cristiani per tre quarti e politici oscurantisti ditutte le nazioni, un contravveleno contro quel sensualismo ancorastrapotente che dal secolo scorso irrompeva come un fiume nel nostrosecolo, insomma - «sensus assoupire».
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12. Per quanto riguarda l'atomistica materialistica, essa appartienealle teorie meglio confutate che siano mai esistite, e forse non c'èoggi in Europa, tra i dotti, nessuno così indotto, da attribuirleancora una seria importanza, salvo per comodità d'uso giornaliero edomestico (vale a dire come un'abbreviazione dei mezzi espressivi) -grazie soprattutto a quel polacco, Boscovich [7], che insieme alpolacco Copernico è stato fino ad oggi il più grande e il piùvittorioso avversario dell'evidenza immediata. Infatti, mentreCopernico ci ha persuaso a credere, in opposizione a tutti i sensi,che la terra "non" è immobile, Boscovich ci insegnò a rinnegare lafede nell'ultima cosa della terra che «stava immobile», la fede nella«sostanza», nella «materia», nell'atomo come residuo terrestre, comepiccola massa; è stato il più grande trionfo sui sensi che sia maistato ottenuto sino a oggi sulla terra. - Ma si deve ancora andaroltre e dichiarar guerra, una spietata guerra all'arma bianca, ancheal «bisogno atomistico», che continua sempre ad avere una pericolosasopravvivenza, in regioni insospettabili a chiunque, analogamente aquel più famoso «bisogno metafisico»: si deve prima di tutto dare ilcolpo di grazia anche a quell'altro e più funesto atomismo che ilcristianesimo ci ha ottimamente e tanto a lungo insegnato, l'"atomismodelle anime". Ci sia consentito di caratterizzare con questa parolaquella credenza che considera l'anima come qualche cosa diindistruttibile, di eterno, d'indivisibile, come una monade, come un"atomon"; "questa" credenza deve essere estirpata dalla scienza! Non èassolutamente necessario, sia detto tra noi, sbarazzarci con ciò anchedell'«anima» e rinunziare a una delle più antiche e venerande ipotesi:come suole accadere all'imperizia dei naturalisti, ai quali bastasfiorare appena l'«anima» per perderla. Ma la strada per nuove forme eraffinamenti dell'ipotesi anima resta aperta: e concetti come «animamortale» e «anima come pluralità del soggetto» e «anima come strutturasociale degli istinti e delle passioni» vogliono avere, sin d'ora,diritto di cittadinanza nella scienza. Col preparare una fine allasuperstizione, che fino ad oggi ha lussureggiato con un rigoglio quasitropicale intorno alla rappresentazione dell'anima, lo psicologo"nuovo" si è certamente spinto, per così dire, in un nuovo deserto ein una nuova diffidenza - può anche darsi che la condizione deglipsicologi più antichi fosse più comoda e allegra; - ma infine egli sirende conto che appunto con ciò è condannato anche a "inventare" - e,chissà, forse anche a "trovare". -13. I fisiologi dovrebbero riflettere prima di stabilire l'istinto diconservazione come istinto cardinale di un essere organico. Un'entitàvivente vuole soprattutto scatenare la sua forza - la vita stessa èvolontà di potenza: - l'autoconservazione è soltanto una delleindirette e più frequenti "conseguenze" di ciò. - Insomma, in questocome in qualsiasi altro caso, guardiamoci dai princìpi teologicisuperflui! quale è quello dell'autoconservazione (lo dobbiamoall'inconseguenza di Spinoza -). Così infatti vuole il metodo, chedeve essere essenzialmente economia di princìpi.14. In cinque o sei cervelli comincia forse oggi ad albeggiare ilpensiero che anche la fisica sia soltanto una interpretazione delmondo e un ordine imposto ad esso (secondo il nostro modo di vedere! -con licenza parlando) e "non" già una spiegazione del mondo: ma inquanto la fisica si fonda sulla fede nei sensi, essa vale comequalcosa di più e a lungo andare deve acquistare ancora maggiorvalore, cioè deve valere come spiegazione. Essa ha, dalla sua, latestimonianza degli occhi e delle dita, l'evidenza visiva e lamateriale tangibilità; e ciò esercita su un'età dal fondamentale gustoplebeo l'effetto d'un incantesimo, d'una persuasione, d'una "certezzainfusa", - si uniforma anzi istintivamente al canone di verità delsensualismo eternamente popolare. Che cos'è chiaro, che cos'è«spiegato»? Soltanto ciò che si lascia vedere e toccare, - si deve
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spingere ogni problema fino a questo punto. Viceversa, proprio nelrecalcitrare all'evidenza sensibile consisteva l'incantesimo del modoplatonico di pensare, il quale era un modo di pensare "aristocratico",- in mezzo ad uomini, forse, cui recavano diletto sensi persino piùvigorosi ed esigenti di quelli che posseggono i nostri contemporanei,ma a cui era dato trovare un più alto trionfo nel conservare ildominio su questi sensi: e questo era reso possibile mediante una retedi smunti, freddi, grigi concetti, gettata da costoro sul variopintovortice dei sensi - la plebaglia dei sensi, come diceva Platone - (8).In questa sopraffazione e interpretazione del mondo alla manieraplatonica, c'era una specie di "godimento" diverso da quello che cioffrono i fisici di oggi, come pure i darwinisti e gli antiteleologicitra i lavoratori della fisiologia, con il loro principio della «piùpiccola forza possibile» e della più grande imbecillità possibile.«Quando l'uomo non ha più nulla da vedere e da afferrare, non haneppure più nulla da cercare» - questo è indubbiamente un imperativodiverso da quello platonico, eppure per una rude, laboriosa stirpe dimeccanici e costruttori di ponti dell'avvenire, i quali non hanno dasbrigare che un "grossolano" lavoro, può essere proprio l'imperativogiusto.15. Per praticare con tranquilla coscienza la fisiologia, occorretener presente il fatto che gli organi di senso "non" sono fenomeninel significato della filosofia idealistica: come tali non potrebberoin alcun modo essere cause! Sensualismo quindi, almeno come ipotesiregolativa, per non dire come principio euristico. - Come? E altridicono perfino che il mondo esterno sarebbe l'opera dei nostri organi?Ma allora sarebbe perfino il nostro stesso corpo, come frammento diquesto mondo esterno, l'opera dei nostri organi! Ma allora sarebbero inostri stessi organi... l'opera dei nostri organi. Questo mi sembrauna radicale "reductio ad absurdum": posto che il concetto di "causasui" sia qualcosa di radicalmenteassurdo. Di conseguenza, "non" è il mondo esterno opera dei nostriorgani...?16. Continuano ancora ad esistere ingenui osservatori di sé, i qualicredono che vi siano «certezze immediate», per esempio «io penso», o,come era la superstizione di Schopenhauer, «io voglio»: come se qui ilconoscere potesse afferrare puro e nudo il suo oggetto, quale «cosa insé», e non potesse aver luogo una falsificazione né da parte delsoggetto, né da parte dell'oggetto. Ma non mi stancherò di ripetereche «certezza immediata», così come «assoluta conoscenza» e «cosa insé», comportano una "contradictio in adjecto": ci si dovrebbe puresbarazzare, una buona volta, della seduzione delle parole! Creda purefin che vuole il volgo, che conoscere sia un conoscere esaustivo; ilfilosofo deve dirsi: se scompongo il processo che si esprime nellaproposizione «io penso», ho una serie di asserzioni temerarie, lagiustificazione delle quali mi è difficile, forse impossibile, - comeper esempio, che sia "io" a pensare, che debba esistere un qualcosa,in generale, che pensi, che pensare sia un'attività e l'effetto di unessere che è pensato come causa, che esista un «io», infine, che siagià assodato che cos'è caratterizzabile in termini di pensiero, - cheio "sappia" che cos'è pensare. Se io, infatti, non mi fossi già bendeciso al riguardo, su quale base potrei giudicare che quanto appuntomi sta accadendo non sia forse un «volere» o un «sentire»? Ebbene,quell'«io penso» presuppone il "confronto" del mio stato attuale conaltri stati che io conosco a me attinenti, al fine di stabilire checosa esso sia: a causa di questo rinvio a un diverso «sapere», essonon ha per me, in nessun caso, un'immediata certezza. - Al posto diquella «certezza immediata», alla quale il popolo, nel caso inquestione, può credere, il filosofo si ritrova in tal modo nelle maniuna serie di problemi della metafisica, vere e proprie questioni dicoscienza dell'intelletto, che così si formulano: «Donde prendo il
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concetto del pensare? Perché credo a causa ed effetto? Che cosa mi dàil diritto di parlare d'un io e perfino d'un io come causa, e infineancora d'un io come causa dei pensieri?». Chi, richiamandosi a unaspecie d'"intuizione" della conoscenza, si sentisse così fiducioso darispondere, come fa colui che dice: «Io penso e so che questo almeno èvero, reale, certo» - troverebbe oggi pronti in un filosofo un sorrisoe due punti interrogativi: «Signor mio, gli farebbe forse capire ilfilosofo, è improbabile che lei non si sbagli: ma perché poi verità atutti i costi?». -17. Per quanto riguarda la superstizione dei logici, non mi stancheròmai di tornare sempre a sottolineare un piccolo, esiguo dato di fatto,che malvolentieri questi superstiziosi sono disposti ad ammettere, -vale a dire, che un pensiero viene quando è «lui» a volerlo, e nonquando «io» lo voglio (9); cosicché è una "falsificazione" dello statodei fatti dire: il soggetto «io» è la condizione del predicato«penso». "Esso" pensa: ma che questo «esso» sia proprio quel famosovecchio «io» è, per dirlo in maniera blanda, soltanto unasupposizione, un'affermazione, soprattutto non è affatto una «certezzaimmediata» (10). E infine, già con questo «esso pensa» si è fattoanche troppo: già questo «esso» contiene "un'interpretazione" delprocesso e non rientra nel processo stesso. Si conclude a questopunto, secondo la consuetudine grammaticale: «Pensare è un'attività, aogni attività compete qualcuno che sia attivo, di conseguenza».Pressappoco secondo uno schema analogo il più antico atomismo cercava,oltre alla «forza» che agisce, anche quel piccolo conglomerato dimateria in cui essa risiede, da cui promana la sua azione, l'atomo;cervelli più rigorosi impararono infine a trarsi d'impaccio senzaquesto «residuo terrestre» e forse un bel giorno ci si abitueràancora, anche da parte dei logici, a cavarsela senza quel piccolo«esso» (nel quale si è volatilizzato l'onesto, vecchio io).18. In una teoria, la più trascurabile attrattiva non consistecerto nel fatto che essa sia confutabile: appunto con ciò essaattrae cervelli più sottili. Sembra che la cento volte confutatateoria del «libero arbitrio» debba anche a questa attrattiva lasua durata: arriva sempre di nuovo qualcuno che si senteabbastanza forte per confutarla.19. I filosofi sono soliti parlare della volontà come se fosse lacosa più nota di questo mondo; anzi Schopenhauer ci dette aintendere che la volontà soltanto ci sarebbe propriamente nota,nota in tutto e per tutto, nota senza detrazioni o aggiunte.Tuttavia mi sembra sempre di nuovo che anche in questo casoSchopenhauer abbia fatto soltanto quel che appunto i filosofi sonosoliti fare: che cioè egli abbia accolto un "pregiudizio delvolgo" portandolo all'esagerazione. Il volere mi sembrasoprattutto qualcosa di "complicato", qualcosa che soltanto comeparola rappresenta una unità, e appunto nell'uso di un'unicaparola si nasconde il pregiudizio del volgo, che ha prevalso sullacautela dei filosofi, in ogni tempo esigua. Si sia dunque, unabuona volta, più cauti, si sia «non filosofici» diciamo: in ognivolere c'è in primo luogo una molteplicità di sensazioni, vale adire la sensazione dello stato da cui ci si vorrebbe"allontanare", la sensazione dello stato a cui ci si vorrebbe"avvicinare", la sensazione di questo stesso «allontanarsi» e«tendere», quindi anche una concomitante sensazione muscolare, laquale, pur senza che si metta in movimento «braccia e gambe»,comincia il suo giuoco mercé una specie di abitudine, non appenanoi «vogliamo». Al pari dunque del sentire, e, per la verità, diun sentire di molte specie, così, in secondo luogo, anche ilpensare deve essere riconosciuto quale ingrediente della volontà:in ogni atto di volontà esiste un pensiero che comanda; e non si
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deve in alcun modo credere di poter separare questo pensiero dal«volere», come se il volere dovesse poi continuare a sussistere!In terzo luogo, la volontà non è soltanto un complesso disensazioni e di pensieri, ma anche, soprattutto, una "passione": ein realtà quella passione del comando. Quella che viene chiamata«libertà del volere» è essenzialmente la passione dellasuperiorità rispetto a colui che deve obbedire: «Io sono libero,'egli' deve obbedire» - in ogni volontà si annida questacoscienza e così pure quella tensione dell'attenzione, quellosguardo diritto che s'appunta esclusivamente su "una" cosa,quell'incondizionato apprezzamento di valore «ora che c'è bisognodi questo e non d'un'altra cosa», quell'intima certezza che sisarà ubbiditi, e tutto questo appartiene ancora alla condizione dichi impartisce ordini. Un uomo, che "vuole" - comanda a unqualcosa, in sé, che ubbidisce o alla cui obbedienza egli crede.Ma si badi ora a quel che v'è di più prodigioso nella volontà, inquesta cosa così multiforme per la quale il volgo ha soltanto"un'unica" parola: in quanto, nel caso dato, noi siamo al tempostesso chi comanda e chi ubbidisce e, come parte ubbidiente,conosciamo le sensazioni del costringere, dell'opprimere, delcomprimere, del resistere, del muovere, le quali sono solite averinizio subito dopo l'atto del volere; in quanto, d'altro lato,abbiamo l'abitudine, in virtù del concetto sintetico «io», di nondar peso a questo dualismo e di lasciarci ingannare al riguardo,si è agganciati al volere anche un'intera catena di illazionisbagliate e conseguentemente di false valutazioni della volontàstessa, di guisa che chi vuole crede in buona fede che il volere"basti" all'azione. Poiché, nel maggior numero dei casi, si èvoluto soltanto quando ci si poteva "aspettare" l'effetto delcomando, quindi l'obbedienza, quindi l'azione, allora"l'apparenza" si è trasferita nella sensazione che esista una"necessità d'effetto": insomma, chi vuole crede, con unsufficiente grado di certezza, che volontà ed azione siano inqualche modo una cosa sola - egli attribuisce il successo,l'attuazione del suo volere ancora alla volontà stessa e gode inciò di un accrescimento di quel senso di potenza che ogni successoporta con sé. «Libertà del volere» - è questa la parola per quelmultiforme stato di piacere di colui che vuole, il quale comanda enello stesso tempo si fa tutt'uno con l'esecutore, e, come tale,assapora al tempo stesso il trionfo sulle resistenze, ma giudicain cuor suo che sia la sua volontà ad averle propriamentesuperate. In tal modo, colui che vuole aggiunge le sensazioni dipiacere degli efficaci strumenti esecutivi, delle servizievoli«volontà inferiori» o anime inferiori - il nostro corpo non è cheun'organizzazione sociale di molte anime - al suo senso di piacerecome essere che comanda. "L'effet c'est moi": avviene, in questocaso, quel che si verifica in ogni comunità ben costruita efelice, l'identificazione cioè della classe governante con isuccessi della comunità. In ogni volere si tratta assolutamente dicomandare e obbedire, sulla base, come si è detto, diun'organizzazione sociale di molte «anime»: per la qual cosa unfilosofo dovrebbe arrogarsi il diritto di ricomprendere il volerein sé già nell'orizzonte della morale: una morale, cioè intesacome dottrina dei rapporti di supremazia sotto i quali prendeorigine il fenomeno «vita».20. Che i singoli concetti filosofici non siano niente diarbitrario, niente che si sviluppi di per sé, bensì concrescano inreciproca relazione e affinità, che essi, per quantoapparentemente compaiano nella storia del pensiero all'improvvisoe a capriccio, rientrino in un sistema, allo stesso modo di tuttii membri della fauna di una parte della terra: tutto ciò sirivela, infine, anche nella sicurezza co cui i filosofi più
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diversi continuano sempre a riempire un certo schema fondamentaledi "possibili" filosofie. Alla mercé di un invisibile incantesimo,sempre di nuovo essi ripercorrono ancora una volta la stessaorbita: continuino pure a sentirsi così indipendenti l'unodall'altro con la loro volontà critica o sistematica, c'è pursempre un qualcosa, in essi, che li conduce, un qualcosa che liincalza, in un determinato ordine, l'uno dopo l'altro, appuntoquella innata sistematica e affinità dei concetti. Il loro pensareè in realtà molto meno uno scoprire che un rinnovato conoscere, unrinnovato ricordare, un procedere a ritroso e un rimpatriare inuna lontana, primordiale economia complessiva dell'anima, da cuiquei concetti sono germogliati una volta: in questo sensofilosofare è una specie d'atavismo di primissimo rango. Laprodigiosa somiglianza di famiglia, propria di ogni filosofareindiano, greco, tedesco, si spiega in modo abbastanza semplice.Proprio laddove si presenta un'affinità di linguaggio è del tuttoinevitabile che, grazie alla comune filosofia della grammatica -grazie, voglio dire, al dominio e alla guida inconsapevoli,realizzati da analoghe funzioni grammaticali - tutto siapredisposto, sin dall'inizio, per uno sviluppo e una successioneomogenea dei sistemi filosofici: così come pare quasi sbarrata lavia a certe diverse possibilità d'interpretazione del mondo.Filosofi dell'area linguistica uralo-altaica (nella quale ilconcetto di soggetto ha avuto un assai scarso sviluppo) avrannocon grande probabilità un diverso sguardo «sul mondo» e sidovranno trovare su sentieri diversi da quelli degli Indogermani odei Musulmani: l'incantesimo di determinate funzioni grammaticaliè in definitiva l'incantesimo di "fisiologici" apprezzamenti divalore e di condizionamenti razziali. - Tanto andava detto perrespingere la superficialità lockiana in ordine all'origine delleidee.21. La "causa sui" è la maggiore autocontraddizione che sia stataconcepita fino a oggi, una specie di stupro e d'innaturalità dellalogica: ma lo sfrenato orgoglio dell'uomo l'ha portato al punto diirretirsi profondamente e orribilmente proprio in quest'assurdità.Il desiderio del «libero volere», in quel metafisico intellettosuperlativo, quale purtroppo continua sempre a signoreggiare nelleteste dei semidotti, il desiderio di portare in se stessi l'interae ultima responsabilità per le proprie azioni e di esimere da essaDio, mondo, progenitori, caso, società, equivale infatti ad essereappunto nientemeno che quella "causa sui" e a tirare per i capellise stessi dalla palude del nulla all'esistenza con una temeritàpiù che alla Münchhausen. Posto che qualcuno, in tale modo,venisse a scoprire la rozza scempiaggine di questo famoso concettodel libero volere e lo cancellasse dalla sua mente, ormai lopregherei di fare ancora un altro passo avanti e di cancellaredalla sua mente anche il rovescio di quel concetto di «liberovolere»: voglio dire il «non libero volere», che procede da unabuso di causa ed effetto. Non bisogna erroneamente "reificare"«causa» ed «effetto», come fanno i naturalisti (e chi,analogamente a loro, naturalizza teoreticamente), in conformitàalla meccanicistica buaggine dominante, secondo la quale la causapreme e spinge fino a «determinare l'effetto»; occorre servirsiappunto della «causa» e dell'«effetto» soltanto come di meri"concetti", cioè di finzioni convenzionali destinate allaconnotazione, alla intellezione, "non" già alla spiegazione.Nell'«in sé» non esistono «collegamenti causali», «necessità»,«non libertà psicologiche», poiché in questo campo «l'effetto»"non" consegue «dalla causa» e non vige alcuna «legge». Siamo"noi" soltanto ad avere immaginosamente plasmato le cause, lasuccessione e la funzionalità di una cosa rispetto all'altra, larelatività, la costrizione, il numero, la norma, la libertà, il
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motivo, lo scopo; e se foggiamo e infondiamo nelle cose questomondo di segni come un «in sé», operiamo in ciò ancora una voltacome abbiamo sempre operato, cioè in "maniera mitologica". Il«volere non libero» è mitologia: nella vita reale si trattasoltanto di "forte" e "debole" volere. E' già quasi sempre unindizio del difetto di questo stesso volere il fatto che unpensatore in ogni «connessione causale» e «necessità psicologica»avverta ormai una specie di costrizione, di angustia, diinevitabile condizionamento, d'oppressione, di non libertà:proprio sentire in questo modo è qualcosa di rivelatore, lapersona si tradisce. E se le mie osservazioni sono giuste, ingenerale la «non libertà del volere» viene intesa come problema dadue parti radicalmente opposte, anche se sempre in una guisaprofondamente "personale": gli uni non vogliono a nessun costoabbandonare la loro «responsabilità», la fede in "se stessi", illoro personale diritto al "proprio" merito (appartengono a questaparte le razze boriose ); gli altri, viceversa, non voglionoalcuna responsabilità, né aver colpa di nulla e desiderano,traendo questo loro atteggiamento da un intimo disprezzo per sestessi, di poter "togliere di mezzo" se stessi in una direzionepurchessia. Questi ultimi, quando scrivono libri, sono soliti oggiassumersi la difesa dei delinquenti; una specie di compassionesocialista è il loro travestimento più gradito. E in realtà ilfatalismo dei volitivamente deboli si abbellisce sorprendentementequando sa insinuarsi come «la religion de la souffrance humaine»:è questo il suo «buon gusto».22. Mi si faccia venia, come vecchio filologo che non può esimersidalla malizia di riveder le bucce a certe cattive artiinterpretative: ma quella «normatività della natura», di cui voifisici parlate con tanta prosopopea come se - - esistesse soltantograzie alle vostre spiegazioni e alla vostra cattiva «filologia»,non è un dato di fatto, un «testo», ma piuttosto soltanto unriassetto e una distorsione di senso ingenuamente umanitari, concui venite abbastanza incontro agl'istinti democratici dell'animamoderna! «Ovunque uguaglianza di fronte alla legge - in ciò lanatura non si trova in condizioni diverse o migliori dellenostre»: un grazioso espediente mentale con cui si maschera,ancora una volta, a guisa di un secondo e più sottile ateismo,l'ostilità dei plebei per tutto quanto è privilegiato e sovrano.«Ni Dieu ni maître» lo volete anche voi: e allora «evviva lalegge di natura!» non è vero? Ma, come già si è detto, questa èinterpretazione, non testo; e potrebbe venire qualcuno che conun'intenzione e un'arte interpretativa diametralmente oppostesapesse desumere dalla lettura della stessa natura e in relazioneagli stessi fenomeni proprio una affermazione, dispoticamentespregiudicata e spietata, di rivendicazioni di potenza, - uninterprete che vi mettesse sotto gli occhi la perentorietà el'assolutezza insite in ogni «volontà di potenza», in modo taleche quasi ogni parola e persino quella di «tirannide» apparirebbein conclusione inutilizzabile oppure già una pallida e blandametafora una parola troppo umana; e che tuttavia finirebbe peraffermare su questo mondo la stessa cosa che affermate voi, cioèche esso ha un suo corso «necessario» e «calcolabile», ma "nongià" perché in esso imperano norme, bensì perché le norme"mancano" assolutamente e ogni potenza in ogni momento trae la suaestrema conseguenza. Posto poi che anche questa fosse soltantoun'interpretazione - e voi sareste abbastanza solleciti daobiettarmi ciò - ebbene, tanto meglio.23. Tutta quanta la psicologia è rimasta sino ad oggi sospesa apregiudizi e apprensioni morali: essa non ha osato scendere nelprofondo. Concepirla come morfologia e "teoria evolutiva della
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volontà di potenza", come io la concepisco: questo non è stato danessuno neppure sfiorato col pensiero: stando al fatto, cioè, checi è consentito di riconoscere, in quel che finora è statoscritto, un indizio di quel che finora è stato taciuto. Il poteredei pregiudizi morali è penetrato a fondo nel mondo piùintellettuale, in apparenza più freddo e più scevro di presuppostie, come è facile comprendere, in maniera nociva, inibitoria,accecante e distorcente. Una peculiare fisio-psicologia develottare con resistenze incoscienti poste nell'animodell'indagatore, essa ha il «cuore» contro di sé: già una dottrinadel vicendevole condizionamento dei «buoni» e dei «cattivi»istinti provoca, come più sottile immoralità, in una coscienzavigorosa e impavida, pena e disgusto, - più ancora una dottrinadella derivabilità di tutti gli istinti buoni da quelli cattivi.Posto invece che qualcuno assuma addirittura le passionidell'odio, dell'invidia, della cupidigia, della brama di dominiocome qualcosa di fondamentalmente e originariamente indispensabilealla complessiva economia della vita, qualcosa che deve quindiulteriormente potenziarsi ove la vita debba essere ulteriormentepotenziata - in questo caso egli soffrirebbe di un simileorientamento del suo giudizio come di un mal di mare. Eppure anchequest'ipotesi non è di gran lunga la più penosa e la più bizzarrain questo sterminato regno, quasi ancora nuovo, di pericoloseconoscenze: - ed esistono, in realtà, cento buone ragioni perchéognuno se ne resti lontano, se... "può"! D'altro canto: se ci si èspinti fin qui con la nostra nave, ebbene! avanti! stringendo orai denti da prodi! gli occhi ben aperti! la mano salda sul timone!- navighiamo, lasciandoci risolutamente "dietro" la morale,calpestiamo, schiacciamo forse, così facendo, i nostri stessiresidui di moralità, mentre compiamo e osiamo il nostro viaggiolaggiù - ma che c'importa di "noi"! Mai sino ad oggi un "piùprofondo" mondo della conoscenza si era dischiuso a navigatori eavventurieri temerari, e lo psicologo in tal modo «compie ilsacrificio» - "non" il "sacrifizio dell'intelletto" (11), alcontrario! potrà per lo meno pretendere che la psicologia sianuovamente riconosciuta signora delle scienze, al servizio e allapreparazione della quale è destinata l'esistenza delle altrescienze. La psicologia infatti è ormai di nuovo la strada per iproblemi fondamentali.CAPITOLO SECONDO.LO SPIRITO LIBERO.24. "O sancta simplicitas!" (12). In quale curiosa semplificazionee falsificazione vive l'uomo! Tosto che si comincia a farcil'occhio per un siffatto prodigio, non si finisce mai dimeravigliarci! Come abbiamo reso tutto attorno a noi chiaro e
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libero e semplice! Come abbiamo saputo dare a noi stessi un liberosalvacondotto per ogni superficialità e al nostro pensiero unadivina brama di capricciosi salti e paralogismi! - Come abbiamosaputo, fin da principio, conservarci la nostra ignoranza pergodere di una libertà a stento concepibile, di spregiudicatezza,sventatezza, audacia, letizia di vita, per godere della vita! Esoltanto su queste basi d'ignoranza, ormai salde e granitiche, hapotuto levarsi fino ad oggi la nostra scienza; la volontà disapere sul fondamento di una volontà molto più possente, lavolontà cioè di non sapere, d'incertezza, di non verità! Non giàcome sua antitesi, bensì come suo affinamento! Per quanto, ancheil "linguaggio", qui come altrove, non abbia la possibilità dievadere dalla sua goffaggine e debba continuare a parlare diantitesi, là dove esistono solo gradi e una sottile gamma divariazioni; per quanto, allo stesso modo, l'incarnata tartuferiadella morale, che è divenuta oggi per noi, in modo insormontabile,«carne e sangue», possa distorcere a noi sapienti persino leparole in bocca: di quando in quando ce ne rendiamo conto eridiamo sul fatto che proprio la scienza migliore ci voglia ancoratener inchiodati nel miglior modo possibile a questo mondo"semplificato", artificiale da cima a fondo, poeticizzato efalsificato a dovere e che, volutamente o no, essa ami l'errore,dal momento che lei, la vivente, - ama la vita!25. Dopo un così giocondo avvio una parola seria non vorrebberestare inascoltata: si rivolge essa ai più seri. State inguardia, voi filosofi e amici della conoscenza; e guardatevi dalmartirio! Dal soffrire «per amore della verità»! E perfino daldifendere voi stessi! Si corrompe, nella vostra coscienza, ogniinnocenza e ogni delicata neutralità, diventate caparbi contro leobiezioni e i drappi rossi, vi ristupidite, v'imbestiate, vitrasformate in tori quando nella lotta contro il pericolo, ladenigrazione, il sospetto, il rifiuto, finite per recitaregiocoforza sulla terra anche la parte dei difensori della verità:come se «la verità» fosse una persona così sprovveduta e balordada aver bisogno di difensori! E proprio voi, cavalieri dallatrista figura, signori parassiti e tessitori-di-ragne dellospirito! Infine lo sapete abbastanza bene voi, che non deve averealcuna importanza il fatto che proprio voi abbiate ragione, esapete pure che fino a oggi mai nessun filosofo ha avuto ragione eche potrebbe esserci in quel piccolo punto interrogativo, che voimettete dietro le vostre parole favorite e dottrine predilette (eall'occasione dietro voi stessi) una più lodevole veridicità chenon in tutti i solenni e baldanzosi atteggiamenti dinanzi agliaccusatori e alle corti di giustizia! Fatevi piuttosto da parte!Fuggite a nascondervi! E abbiate la vostra maschera e astuzia,perché vi si confonda con altri! Oppure perché vi si tema un poco!E non mi dimenticate il giardino, il giardino con le sueinferriate d'oro! E circondatevi di uomini che siano come ungiardino; - o come musica sopra le acque, al momento della sera,quando il giorno già diventa ricordo: scegliete la "buona"solitudine, la libera animosa leggera solitudine, che vi dà ancheun diritto di restare ancora, in qualche modo, buoni. Come rendevelenosi, astuti e cattivi ogni lunga guerra che non si lasciacondurre con aperta violenza! Come ci rende "personali" un lungotimore, un lungo tener d'occhio il nemico, un possibile nemico!Questi ripudiati dalla società, questi lungamente perseguitati,ed anche gli eremiti per forza, gli Spinoza o i Giordano Bruno -finiscono sempre per diventare, sia pure sotto i più spiritualicamuffamenti, e forse a loro stessa insaputa, degli assetati divendetta e dei raffinati avvelenatori (si dissotterri una buonavolta il fondamento dell'etica e della teologia spinozista!) - pernon parlare della balordaggine dell'indignazione morale, che è
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segno indefettibile, in un filosofo, del fatto che il filosoficosenso del comico se n'è fuggito via. Il martirio del filosofo, ilsuo «olocausto per la verità», porta alla luce quel che didemagogico e d'istrionesco si annida in lui; e posto che sino adoggi lo si sia riguardato soltanto con una curiosità artistica,può essere certo comprensibile, in rapporto a molti filosofi, ilpericoloso desiderio di vederli una buona volta anche nella lorodegenerazione (degenerati nella forma del «martire», dell'urlatoreda ribalta e da tribuna). Soltanto che, avendo un tal desiderio,si deve essere chiari su "quel che" ci sarà da vedere: -null'altro che una rappres

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